1 Maggio

Domani 1 maggio festa del lavoro, tanti auguri a tutti quelli che hanno un lavoro stabile, precario, intermittente, occasionale, a tempo indeterminato ma anche determinato, a chi lavora durante la settimana e anche a chi lavora durante le feste, ma è pagato come lavorasse di lunedì.
Tanti auguri a chi il lavoro lo cerca, a chi lo troverà con i tutor di questo governo, a chi con la recessione, sempre di questo governo, il lavoro lo perderà.
Ma un augurio speciale lo dovremmo fare noi da sinistra a quei 1133 lavoratori che l’anno scorso dal posto di lavoro non sono tornati, morti cadendo da un’impalcatura, sotto un mezzo ribaltato, asfissiati in una cisterna, folgorati dalla corrente elettrica o travolti da un treno.
Dovremmo farlo noi , e convintamente dovremmo farlo, perché più dei morti per l’estremismo islamico, più dei morti per mafia, più dei femminicidi, più di tutto in quest’Italia si muore di lavoro e sul lavoro.
Si muore perché gli imprenditori (i padroni avremmo detto un tempo) curano poco la messa in sicurezza, la lunghezza dei turni, le apparecchiature di sicurezza e investono poco in prevenzione e formazione. Mentre uno stato sempre più alla canna del gas, aumenta norme e diminuisce controlli ed ispettori.
Così l’anno scorso 641.000 lavoratori e lavoratrici sono stati vittime di incidenti sul lavoro denunciati all’INAIL.
E’ come se l’anno scorso tutti gli abitanti di Bologna e Firenze fossero finiti al pronto soccorso nel corso dell’anno.
Sono stati 1756 incidenti al giorno, considerando isabatieledomenicheeilnataleelapasquaeilferragosto. 
Sono state tre persone morte ogni giorno, non una ogni tre, ma tre al giorno, ecco allora se a sinistra si deve ricominciare a parlare alla gente, dovremmo farlo parlando anche di questo, non dell’elemosina del RdC, ma di come creare lavoro vero e di come renderlo sicuro, perché un padre ed una madre che si alzano alle cinque la mattina per sostenere la propria famiglia, meritano di rientrare a casa la sera, tutte le sere. Forse saremo fuori tempo, forse saremo vintage a parlare di lavoro, però forse vale la pena di pensare che se dobbiamo morire (politicamente stavolta) sarebbe meglio farlo imbracciando la bandiera, con la schiena dritta dall’orgoglio della propria appartenenza.
Buon primo maggio compagni.

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C’è sempre una stazione.

L'immagine può contenere: notte

Non date retta a chi dice il contrario, raccogliete la palla e rimettetela in gioco, lì da centro campo, un calcio e via di nuovo verso la porta.
Non date retta a chi dice che non c’è più tempo, svegliatevi presto, andate a dormire tardi, ma giocatevi ogni minuto di ogni ora di ogni giorno.
Non date retta a chi dice che perso il treno non ce n’è un altro, c’è sempre una stazione grande o piccola, con una banchina corta o lunga in una sera qualsiasi per prendere il treno giusto.
Non date retta siate felici.

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25 Aprile

Io credo che spesso, molto spesso, siamo caduti in un gigantesco equivoco parlando del 25 aprile, l’abbiamo associato alla vittoria dei partigiani sui fascisti, l’abbiamo identificato nell’insurrezione di Milano, Torino, Genova, l’abbiamo sublimato nel riscatto di un popolo oppresso da una feroce dittatura e vessato da migliaia di padri, figli, madri e mogli morte tra militari e civili, nel nome di un impero di carta.
Ma il 25 Aprile è qualcosa di più importante, è qualcosa di più audace, è qualcosa di più intimo. é la lotta di pochi illuminati e resistenti audaci contro il conformismo imperante, quello degli slogan, quello delle uniformi lustre, delle armi scintillanti, quello degli imperativi sbraitati, quello della difesa del patrio suolo contro l’invasore. é la lotta tenace e clandestina di chi sa di essere dalla parte giusta e si batte per non omologarsi al potere. 
Ed alla fine è la vittoria di chi ha sempre creduto nel valore supremo dell’unico bene che non è commerciabile, che lega e imbriglia tutti gli altri valori come la giustizia, il rispetto dei cittadini, la legalità. é la vittoria della libertà sulla dittatura e quindi della libertà sul fascismo. Perché qui compagni bisogna dirlo forte, non lasciare alla destra il vantaggio della revisione storica, il fascismo non è l’esaltazione dei fascisti e delle loro gesta, non è la nostalgia del pelatone maschio e italicamente virile.
Il fascismo è l’affermazione del principio della forza, in politica come nella società civile, è la negazione dell’avversario con la sua trasformazione in nemico, è la legge della maggioranza a scapito della minoranza, dell’ostentazione, ancora una volta, delle divise lustre e delle armi ben oliate. é l’Italia di oggi senza umanità, che picchia i neri, sputa agli ebrei e calpesta il pane per i rom. é l’Italia di oggi dove attenti alla sicurezza nazionale se vuoi far sbarcare 4 poveretti stremati dalla sofferenza su un barcone.


é l’Italia di oggi che guarda al pistolotto del bibbitaro o di capitan felpa e non vede le ruspe e i cannoni nel giardino di casa.
Perciò domani non cadiamo nel tranello del derby calcistico, umiliando tra l’altro con quel paragone, le migliaia di giovani uomini e donne che diedero la vita in nome della Libertà!
Domani Compagni facciamo festa per la Libertà, non facciamo la festa alla libertà!
Hasta la victoria!

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Il conte rivoluzionario

Parte 1.

Spingeva davanti a se con fatica la pesante valigia col campionario, tirandosi poi dietro, per lo stretto corridoio della carrozza ferroviaria, quella più piccola con il necessario per il viaggio. Ogni scompartimento gettava uno sguardo per vedere se c’era posto e soprattutto se c’era posto per i bagagli.

Finalmente in uno degli ultimi c’era solo una coppia seduta e pochi bagagli sulle cappelliere, aprì la porta salutando la donna e poi l’uomo, riconobbe il grado di Oberst della cavalleria del Reich dalle  mostrine sulla divisa, quello fece solo un cenno col capo sollevandolo appena da giornale. Sistemò le valigie e si sedette all’angolo opposto, quello vicino alla porta ma sullo stesso lato dell’ufficiale, così che potesse guardare la donna seduta davanti l’uomo. Non si guardavano neanche i due, lui leggeva, lei fumava una sigaretta posta in cima ad un lungo bocchino. Una stretta giacchina aperta sopra una camicetta bianca dal collo alto ne fasciava le forme rotonde, i lunghi capelli neri, gli occhi scuri e la carnagione lasciavano supporre che non fosse germanica di nascita. Una gonna lunga abbottonata davanti da una fila lunghissima di bottoni le arrivava sotto le ginocchia lasciando intravedere il resto della gamba fasciato da calze di seta scure.

Quando fu seduto lei girò lentamente la testa quasi senza curiosità, poi lo scrutò a fondo, senti i suoi occhi scorrere sulle sue mani lunghe e sottili, risalire lungo le braccia e arrivare a fissargli il volto appena sbarbato, senti lo sguardo di lei fisso nei suoi occhi chiari e ricambiò lo sguardo.

Si fissarono per qualche secondo che a lui parve un tempo lunghissimo, pieno di tuoni e lampi e  nubi che s’addensavano scure.

Poi lei avvicinò il bocchino alle labbra e aspirò lenta una boccata di fumo, espirandola  con altrettanta lentezza, senti improvvisamente battere i polsi mentre lei accavallava le gambe, un gesto meccanico ma eseguito con una lentezza che a lui parve una sfacciata ostentazione. Poteva immaginare le sue forme sotto quegli abiti così stretti e sentì i polsi battere più forte. Stette così, incapace di distogliere lo sguardo da lei per qualche minuto, mentre fuori il paesaggio prendeva velocità e il treno sferragliava sulle rotaie.

Lei si alzò e ruppe il suo sogno incantato, sussurrò qualcosa all’ufficiale che annuì e gli passo davanti fermandosi proprio davanti a lui per aprire la porta, lui aspirò profondamente il suo profumo, l’odore del tabacco della sua sigaretta e ascoltò il frusciare delle calze di seta mentre si muoveva per uscire dallo scompartimento.

Ora cresceva anche il battito del cuore, si sforzò di restare calmo, immobile, con lo sguardo fisso al sedile davanti lui, ma il rumore del treno era sparito e sentiva nella testa solo il battito del suo cuore.


® Sergio Spera “Il conte rivoluzionario”

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Quale papà?

Oggi sarebbe la festa del papà, quella in cui tutti i figli si ricordano il proprio padre e gli fanno gli auguri ovunque sia.
Che poi è anche una cosa che mi fa molto piacere, però oggi è anche il primo giorno del nuovo, ennesimo, inumano tormentone “porti chiusi qui non sbarcano”.
Succede così che 49 tra padri e figli e figlie (non tutti possono diventare padri, ma di certo tutti sono figli!) restano al largo di Lampedusa, bloccati dalla cattiveria di tanti italiani che hanno dato le chiavi dei loro porti e della loro umanità ad un fascista rancoroso e misogino che fa il ministro di tutto, meno che dell’interno.
Così ora rischiamo di passare altre interminabili giornate di appelli, prese di posizione, indignazioni, ripicche, dichiarazioni e sceneggiate di una ipocrisia unica tutta giocata sulla pelle di 50, dico cinquanta poveri cristi.
Allora non voglio chiedere se veramente abbiamo paura di 50 o 100 o 1000 poveri cristi, secondo tanti di noi in ognuno di loro alberga un terrorista, un ladro, uno stupratore e quindi che stiano a casa loro.
Allora oggi voglio chiedervi ma io come faccio a fare il padre in quest’Italia di oggi? Come faccio a dire ai miei figli che devono amare il prossimo loro come se stessi ?
Come posso spiegare la solidarietà, la misericordia, la pietà di fronte a quei 50 poveri disperati in balia del mare grosso e delle nostre paure?
Come posso insegnare loro ad essere Uomini se voi gli insegnate l’egoismo, il pregiudizio, l’odio, come faccio a spiegare loro l’amore se non possono guardare negli occhi un africano senza che gli facciate pensare che sia un diverso, un altro, quando io gli insegno che altro non è che un uomo come loro, solo con un altro odore, un altro colore, ma lo stesso cielo dentro gli occhi, la stessa polvere tra le mani e magari lo stesso mio amore per i figli dentro il cuore?
Come posso io oggi essere padre?

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La festa di quali papà?

Oggi sarebbe la festa del papà, quella in cui tutti i figli si ricordano il proprio padre e gli fanno gli auguri ovunque sia.
Che poi è anche una cosa che mi fa molto piacere, però oggi è anche il primo giorno del nuovo, ennesimo, inumano tormentone “porti chiusi qui non sbarcano”.
Succede così che 49 tra padri e figli e figlie (non tutti possono diventare padri, ma di certo tutti sono figli!) restano al largo di Lampedusa, bloccati dalla cattiveria di tanti italiani che hanno dato le chiavi dei loro porti e della loro umanità ad un fascista rancoroso e misogino che fa il ministro di tutto, meno che dell’interno.
Così ora rischiamo di passare altre interminabili giornate di appelli, prese di posizione, indignazioni, ripicche, dichiarazioni e sceneggiate di una ipocrisia unica tutta giocata sulla pelle di 50, dico cinquanta poveri cristi.
Allora non voglio chiedere se veramente abbiamo paura di 50 o 100 o 1000 poveri cristi, secondo tanti di noi in ognuno di loro alberga un terrorista, un ladro, uno stupratore e quindi che stiano a casa loro.
Allora oggi voglio chiedervi ma io come faccio a fare il padre in quest’Italia di oggi? Come faccio a dire ai miei figli che devono amare il prossimo loro come se stessi ?
Come posso spiegare la solidarietà, la misericordia, la pietà di fronte a quei 50 poveri disperati in balia del mare grosso e delle nostre paure?
Come posso insegnare loro ad essere Uomini se voi gli insegnate l’egoismo, il pregiudizio, l’odio, come faccio a spiegare loro l’amore se non possono guardare negli occhi un africano senza che gli facciate pensare che sia un diverso, un altro, quando io gli insegno che altro non è che un uomo come loro, solo con un altro odore, un altro colore, ma lo stesso cielo dentro gli occhi, la stessa polvere tra le mani e magari lo stesso mio amore per i figli dentro il cuore?
Come posso io oggi essere padre?

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Povero Tajani!

Cari Compagni e cari amici, diciamo due parole due sull’uscita del povero Tajani (“Tajani chi era costui?”).
Si povero perché il problema non è lui, ma tutto questo paese o comunque una gran parte di questo paese che primo non ha memoria storica, quindi pensa che Mussolini abbia tratto ispirazione da Hitler per creare il suo regime dittatoriale, mentre invece avvenne l’esatto opposto, tanto che il Nostro assunse il potere nel 1922 e il loro solo nel 1933, ben 11 anni dopo. 
Secondo siamo un popolo che non ha ancora metabolizzato che il bene supremo di ogni essere umano è la Libertà, non è la sicurezza, la ricchezza, il progresso o la Provvidenza, ma è la libertà che tutto questo include.
Per cui anche se Mussolini avesse fatto ponti d’oro, ospedali magnifici, portato l’Italia al 1 posto tra i paese più industrializzati, sarebbe stato comunque un dittatore per la soppressione di tutte le libertà civili e la negazione di ogni diritto umano, così come fece da subito, non sulla scia di Hitler.
Terzo siamo un paese che di quel ventennio nega o ignora la corruzione, i traffici loschi, la burocrazia al servizio dei gerarchi e degli amici, preferendo ricordare le chiavi di casa sull’uscio o i treni in orario. Siamo un popolo che non avendo mai fatto i conti con quel passato, l’ha congelato in un limbo dal quale l’ha tirato fuori nel ’93 Berlusconi sdoganando Fini e la sua accolita di nostalgici, quando disse che tra Rutelli e Fini preferiva quest’ultimo sulla poltrona del sindaco di Roma. 
Da allora la destra fascista non si è più fermata e oggi giovani nostalgici ignari di quello che esaltano, sfilano impunemente nelle città medaglie d’oro della resistenza.
Ecco il povero Tajani è l’espressione di questo popolo o popolino, fate voi, un personaggio cresciuto politicamente all’ombra del partito monarchico (pure questa c’ha!) e poi assurto alla gloria con Berlusconi, un ciociaro (io lo posso dire!) che siede stabilmente sugli alti scranni delle istituzioni europee che quando si parla di dittature e despoti, ne sanno più di noi e soprattutto ne tollerano molto meno di noi.

P.S. Tajani chi era costui è citazione dai promessi sposi.
P.P.S. Anch’io sono ciociaro di Paliano, quindi glielo posso dire.

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Care sorelle…

Care Donne, care Amiche, care Sorelle, domani anche se è la giornata internazionale della donna, voi fate festa, fatela diventare la vostra festa.
Intanto perché quest’anno c’è e l’anno prossimo chissà, magari il buon senatore Pillon trasforma l’8 marzo nella festa della madre di famiglia obbediente e devota e allora voglio vedere quante di voi la potranno festeggiare.
Intendiamoci, non che non siate brave mamme, anzi, nutro qualche dubbio sull’obbediente e devota.
Perché che ve ne siate accorte o meno, ma stiamo scivolando sempre più verso uno stato maschilista, teologico e integralista e fate voi se volte aggiungere qualcosa. 
Uno stato dove qualcuno stabilirà che la famiglia è fatta solo da un uomo ed una donna (le amanti non contano) e serve a dare figli alla patria, dove le donne devono essere soggette all’uomo, che ne è il capo indiscusso. 
Capo che per il rispetto della famiglia e dell’onorabilità della moglie, potrà andare a sfogare i suoi “bisogni” nei riaperti bordelli di stato, dove avvenenti signorine verranno, sotto l’occhio vigile di tenutarie e fisco, sfruttate, umiliate e stuprate nel nome della decenza civile e della tenuta della famiglia.
Dove l’uomo magari non tornerà ad avere il privilegio del delitto d’onore, ma state tranquille che lo “jus corrigendi” nessun giudice lo negherà ad un bravo padre di famiglia, che ogni tanto allunga una sberla alla moglie, perché si sa, le moglie hanno l’abilità di tirartele fuori dalle mani a volte.
I vostri bambini poi, che voi siate cristiane, buddiste, induiste, ebree, musulmane o pastafariane, verranno istruiti in scuole dove sopra al docente svetterà ben in vista il cristiano crocefisso e dove insegneranno che la donna, essendo nata da una costola di Adamo è per forza inferiore e sottomessa all’uomo.
Non ridete amiche mie, perché la battaglia non è neanche cominciata e mentre le truppe del nemico sono numerose e dai ranghi strettissimi, abilissime nel chiudersi a testuggine, il vostro esercito è sfrangiato, diviso, raccolto sotto tante bandiere diverse e nutre serpi in seno che ne minano la credibilità e la serietà.
E’ pieno di traditrici che a parole si dichiarano dalla vostra parte ma alle sette corrono a casa che c’è la cena da preparare e la rivoluzione non può cominciare prima della fine della partita di coppa o il recupero di campionato.
Insomma amiche mie, state tranquille perché il burqa non ve lo faranno mettere, però certo servirebbe da deterrente e vi proteggerebbe dagli occhi bramosi degli altri uomini.
Perciò amiche mie domani fate festa, infilatevi la felpa comoda, le scarpe da ginnastica o le polacchine e andate ad ubriacarvi con le vostre amiche, fatevi uno spinello fintanto che è ancora possibile, perché qualcuno metterà mano anche a quello. Cantate e ballate e tirate tardi e quando la notte comincia a schiarire, tutte a prendere il cappuccino con brioche o con una più consolante e rivoluzionaria bomba con la crema. Che tanto poi a privazioni e diete si ricomincia dal 9.
Buona Giornata internazionale delle donne amiche mie.

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Il giorno della memoria (errata)

Se fossi nato nel 1920 in Istria in una famiglia croata o slovena avrei visto cambiare il mio nome in uno italiano e non avrei potuto parlare la mia lingua. A scuola avrei visto i miei maestri e i miei professori essere sostituiti con altri di nazionalità italiana e di fede fascista, sarei cresciuto non potendo fermarmi la sera a parlare con i miei amici croati o sloveni perché le squadracce fasciste ci avrebbero preso a botte e manganellate, ci avrebbero purgato e sbattuto in galera.
Avremmo potuto perdere tutto quello che avevamo, la casa, il lavoro, essere messi sotto processo e condannati a morte, per la denuncia di qualche bravo italiano. Perché io e i mie fratelli non eravamo italiani, perché eravamo svoleni in Slovenia e croati in Croazia.
Poi sarebbe arrivata la guerra, l’occupazione nazi fascista e con essa le repressioni ancora più brutali, i villaggi dati alle fiamme e gli eccidi di massa, i campi di concentramento, le deportazioni, la morte.
Non siamo mai stati italiani, lo diventammo dopo la prima guerra mondiale, si la grande guerra dove l’Italia dapprima aveva chiesto all’impero austro ungarico l’annessione dell’Istria per schierarsi al suo fianco, poi, di fronte al diniego austriaco, si schierò con gli inglesi e i francesi e noi diventammo italiani nel 1919.
Ecco a quelli che oggi festeggiano il ricordo dei martiri delle Foibe, se fossi sloveno vorrei dire che noi il mito degli italiani brava gente ce l’abbiamo scritto sulla pelle, nelle cicatrici dei nostri nonni e zii, nel ricordo dei nostri morti per mano fascista, che per noi la guerra è finita quando i partigiani di Tito ci hanno liberato dall’invasore italiano e tedesco e quando parlate dei vostri morti, fatelo nel rispetto anche dei morti di questi paesi, la Slovenia e la Croazia, senza menzogne e senza vittimismo.

L'immagine può contenere: 5 persone, persone che sorridono

La foto ritrae dei bambini prigionieri nel campo di concentramento italiano dell’isola di Rab.

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Uomini meno

Ci sono una serie di scene di Schindler’s list che personalmente trovo insostenibili, sono quelle in cui i nazisti prendono gli Ebrei e li mettono in fila davanti a degli scribacchini su dei piccoli scrittoi e da lì ne decidono la sorte.
Quelle scene descrivono bene il meccanismo infame e terrificante che fu alla base dell’Olocausto.
La negazione dell’uomo, la negazione dell’altro come persona, come essere pensante e senziente al mio pari.
Tu sei un po’ meno di me, tu sei un po’ meno del mio cane, del mio gatto, del mio canarino e per questo faccio di te quello che voglio, ti strappo alla tua vita, separo i padri dalle madri e questi dai figli, ti rinchiudo lontano e ti infliggo pene che non potrei infliggere ad un mio pari.
Ti tratto come merce, come carne da macello, come fantocci per il mio divertimento e alla fine ti uccido come più mi piace.
Ti nego anche il diritto alla sepoltura, ti ammasso in fosse comuni, ti brucio in roghi altissimi.
Ti anniento tra il silenzio generale, ho chiuso il cerchio, ti ho negato la tua umanità e ho potuto usarti per il mio scopo tra l’indifferenza generale, tanto non eravate né uomini né donne né bambini, eravate Ebrei.
Il giorno della memoria dovrebbe servire a ricordarci questo, a ricordarci che quando tiriamo una riga tra noi e voi, che quando per noi voi siete numeri, abbiamo aperto la porta alla bestia dentro di noi e la bestia prima o poi si mangerà tutti, noi e voi.
Oggi come ieri come domani.
Buona giornata della memoria a tutti.

L'immagine può contenere: 10 persone, spazio all'aperto
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