Arriva poi il momento in cui la somma di tutti i sì, sia quelli dati a mezza bocca, che quelli estorti a forza, si sommino e moltiplichino il loro peso, insieme a tutte le buone azioni rese consapevolmente, ma solo a seguito della propria buona educazione, alla quale si resta legati per tutta la vita, proprio come uno schiavo alle sue catene, in una piantagione di cotone in Alabama. A questo fardello, già di per sé difficile da portare, si somma il peso delle scelte fatte perché così impone la famiglia, i genitori, i fratelli, gli amici e buona parte del vicinato e anche parte del lontanato. Fino a che quel fardello, si fa così pesante che, non ne puoi più di portarlo sulle spalle e decidi in un colpo solo di mollarlo lì. Lo butti dove ti trovi, incurante del posto, dell’occasione, del momento, lo prendi e lo getti lontano da te. Così Paola quel giorno decise di dire addio a quel suo personalissimo peso, prese quel macigno che si portava appresso e lo scagliò via senza pensarci un solo attimo in più. E non importava che stesse lì, con le forme prorompenti strette dall’abito bianco fatto su misura, i capelli biondi raccolti sulla testa e tutti tirati dall’ acconciatura, in ginocchio accanto a lui, con le mani rese bianche dallo sforzo nello stringere il piccolo mazzo di fiori che teneva in mano. Non importava che le centinaia di persone dietro di lei, le premessero addosso il loro silenzio in quel momento cruciale, mentre il prete ripeteva il suo nome e quello di lui. La montagna venne giù all’improvviso, le tonnellate di ‘va bene’, ‘si lo faccio’, ‘non c’è problema, ci penso io’, strariparono tutte insieme come un fiume, che sotto una notte di scrosci torrenziali, la mattina travolge gli argini ormai indeboliti e trascina per la pianura intorno ogni cosa trovi sul suo cammino. Così la diga si ruppe, l’argine cedette, il muro di contenimento venne travolto, anche l’ultima corda che le tratteneva l’anima, tirata oltre ogni capacità di resistenza, cedette con uno schianto secco. Secco come il no che risuonò in quelle navate silenziose, fredde, mute testimoni di una catastrofe biblica senza precedenti. Paola disse ‘No, non voglio!’, s’alzò in piedi un attimo dopo averlo detto, scagliò il mazzo di fiori per terra con uno scatto rapido, guardò il prete che, sbigottito, senza parole, a bocca aperta allargava le mani, guardò lui come una furia. Lui che, zitto nell’impossibilità di capire quel momento, la guardava con gli occhi teneri di un bambino a cui stavano strappando il gelato. Si tolse le scarpe prendendole per gli alti tacchi e gliele mise in mano, come il dono estremo di quelle nozze abortite nel momento più importante. Si girò a guardarli tutti e, mentre ognuno di loro mormorava lo stupore proprio e di tutti gli altri, ripetette ‘no’, con voce più forte, che tutti capissero quel no. Poi tirò su con le mani l’ingombrante gonna e scappò fuori, scappò via così, scalza, tra il rumoreggiare di parenti e amici che si scambiavano occhiate interrogative, mentre le mamme prorompevano in un pianto inconsolabile e i papà si guardavano sconcertati. Con lo sposo che se ne stava lì, ancora in ginocchio, reggendo in mano, in un precario equilibrio, la scatolina con le fedi, le scarpe e quel loro amore finto, finito davanti all’altare, proprio lì, dove l’amore viene santificato davanti a Dio e alla comunità, proprio lì s’era infranto il loro. Uscì dalla chiesa correndo, restò un momento abbagliata dalla luce che le esplodeva intorno, mentre il sole l’illuminava facendola splendere come una stella, finalmente. Corse ancora e ancora, senza sentire il dolore ai piedi, il caldo dell’asfalto, le risate intorno a lei. Corse fino a che non s’infilò nel primo taxi che trovò, chiuse la portiera e tirò un gran respiro. L’autista si voltò, la guardò, stette un attimo in silenzio, ma solo un attimo. “Dove la porto signori’?”
Sergio Spera 2020
