Il giorno della memoria (errata)

Se fossi nato nel 1920 in Istria in una famiglia croata o slovena avrei visto cambiare il mio nome in uno italiano e non avrei potuto parlare la mia lingua. A scuola avrei visto i miei maestri e i miei professori essere sostituiti con altri di nazionalità italiana e di fede fascista, sarei cresciuto non potendo fermarmi la sera a parlare con i miei amici croati o sloveni perché le squadracce fasciste ci avrebbero preso a botte e manganellate, ci avrebbero purgato e sbattuto in galera.
Avremmo potuto perdere tutto quello che avevamo, la casa, il lavoro, essere messi sotto processo e condannati a morte, per la denuncia di qualche bravo italiano. Perché io e i mie fratelli non eravamo italiani, perché eravamo svoleni in Slovenia e croati in Croazia.
Poi sarebbe arrivata la guerra, l’occupazione nazi fascista e con essa le repressioni ancora più brutali, i villaggi dati alle fiamme e gli eccidi di massa, i campi di concentramento, le deportazioni, la morte.
Non siamo mai stati italiani, lo diventammo dopo la prima guerra mondiale, si la grande guerra dove l’Italia dapprima aveva chiesto all’impero austro ungarico l’annessione dell’Istria per schierarsi al suo fianco, poi, di fronte al diniego austriaco, si schierò con gli inglesi e i francesi e noi diventammo italiani nel 1919.
Ecco a quelli che oggi festeggiano il ricordo dei martiri delle Foibe, se fossi sloveno vorrei dire che noi il mito degli italiani brava gente ce l’abbiamo scritto sulla pelle, nelle cicatrici dei nostri nonni e zii, nel ricordo dei nostri morti per mano fascista, che per noi la guerra è finita quando i partigiani di Tito ci hanno liberato dall’invasore italiano e tedesco e quando parlate dei vostri morti, fatelo nel rispetto anche dei morti di questi paesi, la Slovenia e la Croazia, senza menzogne e senza vittimismo.

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La foto ritrae dei bambini prigionieri nel campo di concentramento italiano dell’isola di Rab.

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