Una cosa tra quelle che mi ha lasciato in eredità mio padre porto sempre con me, è il concetto che l’onestà non è una linea curva, non è una gimcana tra le convenienze, non è un’ombra sfumata tra quello che si può fare e quello no e soprattutto è una linea retta dentro di te, fissa, netta, asciutta, ineluttabile.

L’onestà è come il coraggio di Don Abbondio, se non ce l’hai, non te la puoi dare, se non la capisci non sei onesto e se non sei onesto, sei, se non colpevole almeno correo. Che, attenzione l’onestà non c’entra nulla con la legalità, questa infatti descrive la conformità alle leggi da parte di un cittadino, un’istituzione, un potere. Ma le leggi, anche se vengono dal popolo, non sono o non sono sempre state necessariamente oneste, giuste, umane. Le leggi razziali, emanate in Italia nel ’39, erano legali perché promulgate con la firma del Re, ma di giusto, di onesto non avevano niente.
L’onestà è quella cosa che se ce l’hai ti fa odiare le ingiustizie, le vessazioni, le piccole astuzie per il meschino vantaggio personale, le piccole scorrettezze che portano ad una sciatta soddisfazione.
L’onestà la riconosci dalla serenità del volto dell’onesto e dal suo sorriso, dalla tranquilla convivenza tra le sue parole ed i suoi gesti, dalla fiducia che trasmette al prossimo, l’onestà non è una virtù acquisita o innata, è una necessità della propria coscienza, che pure questa se non ce l’hai, non te la puoi dare.
Capito Matte’!








