L’onestà.

Una cosa tra quelle che mi ha lasciato in eredità mio padre porto sempre con me, è il concetto che l’onestà non è una linea curva, non è una gimcana tra le convenienze, non è un’ombra sfumata tra quello che si può fare e quello no e soprattutto è una linea retta dentro di te, fissa, netta, asciutta, ineluttabile.

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L’onestà è come il coraggio di Don Abbondio, se non ce l’hai, non te la puoi dare, se non la capisci non sei onesto e se non sei onesto, sei, se non colpevole almeno correo. Che, attenzione l’onestà non c’entra nulla con la legalità, questa infatti descrive la conformità alle leggi da parte di un cittadino, un’istituzione, un potere. Ma le leggi, anche se vengono dal popolo, non sono o non sono sempre state necessariamente oneste, giuste, umane. Le leggi razziali, emanate in Italia nel ’39, erano legali perché promulgate con la firma del Re, ma di giusto, di onesto non avevano niente.
L’onestà è quella cosa che se ce l’hai ti fa odiare le ingiustizie, le vessazioni, le piccole astuzie per il meschino vantaggio personale, le piccole scorrettezze che portano ad una sciatta soddisfazione.
L’onestà la riconosci dalla serenità del volto dell’onesto e dal suo sorriso, dalla tranquilla convivenza tra le sue parole ed i suoi gesti, dalla fiducia che trasmette al prossimo, l’onestà non è una virtù acquisita o innata, è una necessità della propria coscienza, che pure questa se non ce l’hai, non te la puoi dare.
Capito Matte’!

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Ancora e ancora…

“In arrivo la manovra lacrime e sangue
di Tremonti. Ma la sinistra non ha alternative
Il ministro del Tesoro prosegue nel solco tracciato dal decreto sullo Sviluppo che prevede un stretta da 40 miliardi di euro. In tutto questo la sinistra tace: da Di Pietro al Terzo Polo. Mentre il Pd pensa alla crescita ma poco al debito”
Da “Il Fatto Quotidiano” del 26 aprile 2011, sono passati 8 anni e siamo ancora allo stesso punto, la maggioranza di destra spende come non ci fosse un domani, l’opposizione tace o spernacchia su fatti di poco interesse per i più, nel mezzo stanno altri tagli lineari per 5-6 miliardi di euro a università, scuola, assistenza, trasporto locale, sempre lì insomma, ai servizi che dovrebbero essere più garantiti perché utilizzati in massima parte dai ceti medio bassi.

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Rispetto a 8 anni fa non ci sono più le battute del berlusca, le olgettine, la nipote di Mubarak. Ci sono una pletora di avventurieri in malafede o impreparati, gente che senza aver lavorato veramente un solo giorno della propria vita apostrofa professori universitari con “questo lo dice lei”, c’è la voglia di normalizzare il dissenso a colpi di manganello e di schedature, c’è l’odio che corre libero per le strade come mandrie di bisonti nei vecchi film di indiani e cowboys.
In mezzo ci stanno gli italiani, soggiogati in buona parte da propaganda e fake new, incattiviti da emergenze inventate e invasioni costruite a tavolino.
Ah dimenticavo, in mezzo c’è la Cassa Depositi e Prestiti coi sui 345 miliardi di raccolta, le cassette di sicurezza degli italiani, i mini bot di argentina memoria e tanta voglia di fare un po’ come cazzo ci pare che tanto ricorda le gag di Guzzanti e della casa delle libertà.
Benvenuti nell’Italia del 2019, no forse del 2011, sicuramente nell’Italia di sempre.

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Il conte rivoluzionario II

Si alzò deciso e uscì anche lui, la trovò in piedi, qualche scompartimento più indietro, che appoggiata al finestrino leggermente aperto fumava con una impudica lentezza che traspariva ad ogni boccata aspirata. La raggiunse e guardandola negli occhi tirò fuori una sigaretta dal taschino, l’accese e aspirò profondamente, soffiando poi il fumo fuori, stettero in silenzio a guardarsi fissi negli occhi, mentre sentiva l’eccitazione crescere in lui dentro ogni muscolo del suo corpo, “Va anche lei a Berlino?” le chiese rompendo il silenzio,”Si mio marito parteciperà a delle riunioni presso l’alto comando, e lei invece?”
“Io torno a casa dopo un viaggio di lavoro”
“Parteciperà ai festeggiamenti di questa settimana?”
“Veramente no, sono italiano e le questioni della Germania mi toccano poco”
“Anche i miei genitori erano italiani, ma io sono nata qui”
“L’avevo intuito, pur con tutta la loro perfezione e la loro tecnica, con tutta la loro dedizione e tutta la loro grandezza non riescono ad avere donne belle come lei, se posso signora.”
“L’ha appena fatto” fece lei con tono deciso, prendendo a girare tra le dita le perle della collana che portava al collo mente lui le fissava, il tono della voce di lei si fece più morbido.
“Ma i complimenti di un italiano sono sempre apprezzati, se c’è una cosa che sapete fare bene è far sentire bella qualunque donna” sorrise socchiudendo gli occhi, poi aspirò ancora una volta.
“Lei non ha bisogno di complimenti, da quando sono entrato nello scompartimento il mondo si è vuotato di chiunque altro non sia lei”
Senti un tonfo al cuore, senti le mani tremare, senti un’eccitazione avvampargli tra le gambe, rapida, potente, inopportuna.
Lei abbasso rapida lo sguardo, rubando per un attimo quel suo sfrontato pudore e sorrise decisa, scoprendo i denti bianchi e piegando la testa all’indietro.
“Lei è proprio un italiano”
Gli si avvicinò, così tanto che ne senti il profumo salirle dal collo, ne senti il calore avvampargli addosso e percepì il gesto suo rapido, di infilargli un biglietto in tasca. Poi lei rientrò nello scompartimento.
Restò lì, aspirando vorace il fumo della sua sigaretta e guardando fuori. Le mani gli tremavano all’idea di prendere il biglietto dalla tasca.
Poi si fece coraggio, infilò la mano e ne trasse il biglietto piegato, la pagina di un diario, con il bordo rosso e la carta ruvida, lo aprì :
‘Wilmersdorfer Str. 149 – Charlottenburg domani ore 20’
Il fischio del treno che filava veloce verso Berlino, gli fece cadere definitivamente il cuore sul pavimento.

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L’ultima volta…

L’ultima volta.
Quella volta che ti salutai al telefono non sapevo che sarebbe stata l’ultima, non sapevo che da lì a poco il tuo cuore avrebbe fermato le tue corse in motorino per sempre.
Quella volta che t’ho guardato seduto su quella poltrona, con quel tuo sorriso addosso, perso dietro chissà quale pensiero la malattia ti suggeriva, non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta, che qualche giorno dopo anche il tuo corpo se ne sarebbe andato per sempre.
Quella volta che ce ne siamo stati seduti al lago, a parlarci nel silenzio dei nostri pensieri mentre le onde piatte andavano e venivano lente, non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo guardavamo insieme e che le nostre vite si sarebbero separate dopo qualche giorno.
Quella volta che chiudendo il portone, avevo gettato un occhio dentro a guardare che tutto fosse a posto, le stanze rifatte, il camino pulito, la legna ben accatastata e pronta per la prossima volta, non sapevo che sarebbe stata l’ultima volta che lo facevo.
Quella volta che salutandoti sul marciapiede della stazione, mentre il treno chiudeva le porte e s’avviava lento per riportarti a casa non sapevo fosse l’ultima volta che ci salutavamo e che da lì a poco avremmo preso una direzione diversa io e te.
Ogni volta non sappiamo mai se è l’ultima e quando ci voltiamo a riguardare tutti quei momenti, ci assale la malinconia, il rimpianto, spesso la nostalgia. Ma ogni volta non sappiamo mai che è l’ultima.
Così a te figlio mio che mi chiedi perché non lo sappiamo non ho che un pensiero da lasciarti, una preghiera da farti, una speranza da affidarti, fa del tuo tempo uno scrigno prezioso, un baule pieno di attimi unici anche se li ripeti ogni giorno, fa di quel tempo un tempo unico, tratta ogni momento come irripetibile.
Vivi ogni giorno, ogni singolo giorno nella certezza della sua bellezza e della sua preziosità, ama ogni giorno come fosse l’ultimo e gustane la luce, l’odore, le sensazioni che ti da. Custodiscile dentro di te con cura, perché il passato è perso se non ne hai cura, non ne fai tesoro, se non ti serve per camminare verso il domani con la leggerezza necessaria ad essere felici.
Ai miei figli, ragazzi di oggi, uomini di domani.

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Non date retta…

Non date retta a chi dice il contrario, raccogliete la palla e rimettetela in gioco, lì da centro campo, un calcio e via di nuovo verso la porta. 
Non date retta a chi dice che non c’è più tempo, svegliatevi presto, andate a dormire tardi, ma giocatevi ogni minuto di ogni ora di ogni giorno.
Non date retta a chi dice che perso il treno non ce n’è un altro, c’è sempre una stazione grande o piccola, con una banchina corta o lunga in una sera qualsiasi per prendere il treno giusto.
Non date retta siate felici.

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Basta Facebook, menamoje…

Polacchi, l’editore contestato al salone del libro, è uno che rivendica con orgoglio il suo essere fascista, uno che dice che mussolini è stato il miglior statista italiano e che un po’ di dittatura non farebbe male a questo paese.
Che poi qualcuno dovrebbe spiegarmi come si può avere un po’ di dittatura, forse con una modica quantità di olio di ricino o di manganellate?
O forse solo sopprimendo alcune libertà individuali, nel senso che magari puoi pensare quello che ti pare ma non lo puoi scrivere, o lo puoi dire ma poi ti manganello?
Ecco la sua partecipazione al salone del libro è un chiaro esempio del paradosso del tollerante, si può cioè essere tolleranti con chi non lo è? Si può parlare di democrazia con chi ne nega il valore?
Per me non si può ed oltretutto è reato l’apologia del fascismo.
Doveva restare fuori dal salone del libro senza se e senza ma.
Continuare a sdoganarli in nome della libertà di opinione, ci porterà ad avere tutti la stessa opinione, Eia Eia Alala!

P.S. per i grilli e i fasci che hanno difficoltà con l’italiano :
Apologia in italiano significa “discorso a difesa o esaltazione di una dottrina religiosa o politica”. quindi anche dire che mussolini è stato un grande statista lo è!

E basta post su facebook, menamoie!

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Il gene nel DNA…

C’è un gene dentro il DNA italiano che nessun ricercatore potrà mappare, ma c’è!
Si chiama GGC Gene di Giulio Cesare ed è il motivo per cui qualunque condottiero, politico, leader grande o piccolo che sia, finisce prima o poi per essere accoltellato da suo figlio o più genericamente da chi gli sta più vicino.

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Fu così per Giulio Cesare, accoltellato alle idi di marzo dal figlioccio, fu così in tempi più recenti per il Duce, pugnalato il 25 luglio da Ciano suo genero, è successo per Romano Prodi, tradito verso la presidenza della Repubblica da 101 del “suo” partito. Si consuma oggi per Berlusconi, che prende le coltellate di Toti che lo dichiara finito e l’altro lo scomunica condannandolo all’invisibilità.
Di esempi ne potremmo fare tanti altri, comprese le coltellate web che si prenderà Giggino affidando la sua permanenza come capo politico dei 5 stelle alla piattaforma Rousseau. Ennesima dimostrazione di un eunuchismo politico del personaggio che non trova il coraggio per prendere atto dei propri fallimenti e lasciare la dirigenza del movimento a qualcun altro, restando a fare il ministro.
E ci sarà un Bruto anche per il felpato ministro della paura, possiamo starne certi, che so io un Giorgetti a caso, o un Siri qualunque che stizzito per il potere acquisito e la spregiudicatezza mostrata sempre a favore di camera, una mattina presto, mentre l’aria si riscalda al primo sole di una Roma distratta e disincantata, consegnerà a qualche giornalista le sue 23 coltellate per il Cesare Felpato, che colpito ed affondato non avrà né l’altezza né la cultura del Cesare Romano per dire “Tu quoque, Brute, fili mi”, ma accasciandosi, sempre a favore di camera, reciterà un più lombardo “We, terun! Và a dà via i ciap!”

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Io e lui.

Io lui l’avrei baciato, l’avrei baciato una di quelle volte che ci ritrovavamo a tu per tu nel suo ufficio a parlare di lavoro mentre girava tra le mani una penna o un oggetto qualsiasi.
L’avrei baciato quelle volte che ce ne andavamo a mangiare al volo in uno di quei ristoranti cinesi dietro piazza del Parlamento.
L’avrei baciato per quel suo modo di parlare così silenzioso, per quel suo muovere le mani, quelle mani enormi, eppure con quel modo così leggero.
L’avrei baciato per quel suo carattere da cinese che aspetta in riva al fiume o per quando gelido come “il Freddo” di romanzo criminale ti avvertiva di qualche cazzata fatta o che stavi per fare.
Si lui l’avrei baciato per tutte le volte che tirava fuori una citazione o che raccontava un aneddoto.

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L’avrei baciato per quel fisico gigantesco che c’ha e quegli occhi da marinaio che lascia un cuore spezzato in ogni porto.
L’avrei baciato per il suo cuore pulito e brillante come una sorgente montana.
Si lui l’avrei baciato anche se non glielo ho mai detto.
E se a voi questa confessione vi fa schifo, cancellatevi.
Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia, perché non è un’opinione essere contro gli omosessuali, è una cazzata e a me fate schifo voi.

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Io lui l’avrei baciato …

Io lui l’avrei baciato, l’avrei baciato una di quelle volte che ci ritrovavamo a tu per tu nel suo ufficio a parlare di lavoro mentre girava tra le mani una penna o un oggetto qualsiasi.
L’avrei baciato quelle volte che ce ne andavamo a mangiare al volo in uno di quei ristoranti cinesi dietro piazza del Parlamento.
L’avrei baciato per quel suo modo di parlare così silenzioso, per quel suo muovere le mani, quelle mani enormi, eppure con quel modo così leggero.
L’avrei baciato per quel suo carattere da cinese che aspetta in riva al fiume o per quando gelido come “il Freddo” di romanzo criminale ti avvertiva di qualche cazzata fatta o che stavi per fare.
Si lui l’avrei baciato per tutte le volte che tirava fuori una citazione o che raccontava un aneddoto.
L’avrei baciato per quel fisico gigantesco che c’ha e quegli occhi da marinaio che lascia un cuore spezzato in ogni porto.
L’avrei baciato per il suo cuore pulito e brillante come una sorgente montana.
Si lui l’avrei baciato anche se non glielo ho mai detto.
E se a voi questa confessione vi fa schifo, cancellatevi.
Oggi è la giornata mondiale contro l’omofobia, perché non è un’opinione essere contro gli omosessuali, è una cazzata e a me fate schifo voi.

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E poi resti solo…

Sia che avvenga in poche ore, d’improvviso, o che si consumi in una lunga lenta discesa di dolore, o che semplicemente arrivi perché ormai consumato dagli anni e dalla vita come una candela giunta alla fine dello stoppino, non siamo mai pronti alla separazione da un genitore. Dolore duro, intenso, di strappo viscerale, ci sbatte a terra e d’improvviso quel passare da figli ad orfani ci getta nella vita con un’altra veste, forse adulti per la prima volta, forse più soli per la prima volta, forse per la prima volta al cospetto della responsabilità di vivere e di dare il senso a questo nostro camminare. Per la prima volta senza le braccia premurose di una madre o le mani forti di un padre ad aiutarci da dietro per la nostra strada, ci troviamo così di fronte al mistero del diventare ineluttabilmente adulti.
Di fronte a questo, unica, vera, possibile speranza sono le braccia amiche che stringendoci in un abbraccio fatto di tanti cuori, ci impediscono di avvitarci in caduta libera o ci sostengono nel rialzarci.

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