Aveva preparato la pasta con grande attenzione quella notte, a Mario piaceva arrivare presto e chiudersi in laboratorio, ritrovare gli ingredienti e prepararli sul tavolo d’acciaio lucido e pulito.
Quelli poi erano giorni speciali per lui, con quel tumulto nel cuore e quella pallina nella pancia, così quella notte preparò la pasta per i krapfen con una cura particolare, mescolò lievito e latte, impastò la farina e fece lievitare con calma, alla temperatura giusta. Poi incorporò altra farina, batté tuorli e zucchero e amalgamò con cura, a lungo, così che il calore delle mani agisse sul lievito. Ricoprì ed aspettò che il lievito agisse.
Accese il cd e si aprì la finestra, le note invasero il laboratorio, “Lei, la canzone nata qui, Che ha già cantato chissà chi, L’aria d’estate che ora c’e’ Nel primo autunno su di me.. Lei, la schiavitù la libertà, ”
Attese, immaginando.
Preparò la crema pasticcera e riempì la pasta chiudendo i krapfen poco prima di aprire la pasticceria, voleva che al suo arrivo fossero ancora caldi, veniva tutte le mattine a fare colazione, cappuccino chiaro e krapfen, lei tutte le mattine quel piccolo rito, quel piccolo peccato di gola, prima di entrare nella sua giornata.
Ed entrò come ogni mattina, con quel sorriso che solo le donne hanno, con gli angoli della bocca all’insù e le labbra a scoprire i denti bianchi, ordinò dandogli il buon giorno.
Lui ringraziò un dio qualunque di averla fatta entrare come tutte le mattine, le porse il krapfen e rimase a guardarla mentre girava lo zucchero.
Lei annusò quel profumo intenso e caldo, percepì il sentore di limone e la vaniglia, sentì il peso della crema che da lì a poco sarebbe scoppiata fuori al primo morso, il profumo dello zucchero a velo che già le cadeva sulla camicetta.
E morse.
Socchiuse gli occhi per assaporare quella piccola delizia, la crema che le scappava dagli angoli della bocca, lo zucchero a velo come una piccola nuvola che le finiva sulle mani e tutti quei sapori che si facevano emozioni nel suo palato.
La guardò finire e le sorrise.
“Mario stamattina avevano qualcosa in più, il mio era speciale..”
Si avevano un ingrediente speciale in più, Mario aveva impastato lievito e farina e un pizzico del suo cuore di pasticciere per lei.
Pagò la consumazione ed uscì.
Era uscito il sole, dentro il cuore di Mario.
Mario il pasticciere ep. 1
114 in 10 mesi
Ne abbiamo ammazzate già 114 che diviso 10 mesi sono 11,4 al mese, una ogni tre giorni, quel virgola quattro ce lo lasciamo per la domenica che facciamo gli straordinari. Ne abbiamo stuprate 2438 fino a luglio e visto che la tendenza non è in calo, probabilmente saranno ad oggi 3831, una più una meno.
Ci diamo da fare, ci diamo dentro alacremente, non ci risparmiamo, ma loro ci provocano, ci stuzzicano, ci assediano. Ci dobbiamo difendere e allora alziamo le mani e le rimettiamo in riga o abbassiamo la patta e le insegniamo la lezione.
Perché noi siamo maschi e siamo noi quelli con le palle, mica loro, loro sono nostre, così come sono nostre le loro giornate, le amiche che vedono, gli amici no, quelli non li devono incontrare, anzi non devono avere amici maschi, sia mai che gli vengono strane idee di indipendenza.
Fa schifo scritto così vero?
Ma i numeri fanno ancora più schifo e fanno schifo certi commenti, certi post, certe idee che cercano di edulcorare, di minimizzare, di dire guardate che anche le donne sono violente, anche loro ammazzano.
Forse, ma nessuna donna può scrivere quello che ho scritto io, nessuna di loro può dire al suo compagno “ora che torna lo sistemo io”, ne dirgli “con qui pantaloni sembri un gigolò”.
Se nel buio di un portone un carabiniere ti sodomizza, nessun avvocato tenterà di screditarti chiedendoti quello che a Firenze hanno chiesto alle due studentesse stuprate.
Donne, mamme, sorelle, figlie, nipoti, studentesse, professoresse, impiegate, dottoresse oggi è la giornata contro la violenza verso di voi, oggi, qui e ora non tollerate nulla che non sia amore e rispetto, comprensione e appoggio incondizionato.
Io nella prossima vita voglio nascere donna.
17 novembre giorno dei nati prematuri
Oggi, 17 novembre, è la giornata mondiale dei nati prematuri, e lui è uno di quelli, ho incorniciato la mia foto del profilo FB perché so che cosa vuol dire, ritrovarsi a correre al pronto soccorso con quel fagotto che ha deciso di scendere dal treno in corsa, il cuore in tumulto che non vedi neanche la croce rossa illuminata dell’ingresso dell’ospedale, la paura che qualcosa non funzioni bene, l’attesa.
E dopo l’attesa i giorni a guardarlo dentro un acquario, a toccarlo con i guanti, piccolo, giallo, filiforme, con quel tubo che lo nutre.
Poi giorno dopo giorno quelle piccole mani ti acchiappano il dito, acchiappano la vita e tengono stretto quel soffio d’amore che sentono intorno.
Piccolo e vestito di rosa, perché quello avevano in ospedale e perché nessun genitore si aspetta una cosa così.
La trepidazione dei numeri, 1950, 2040, 2100, 2200, “Procede bene il piccoletto, stia tranquillo qualche giorno e se lo porta a casa”.
2250,2300 grammi, eccolo finalmente fuori, lo tocchi per la prima volta dopo 15 giorni e lui sorride.
Ci sono papà, eccomi qui.
E lo ami per il resto della vita, forte, da dentro le pieghe più invisibili del tuo cuore.
Lo ami perché è alto un metro e ottanta, 78 chili di più e ti chiama compagno.
L’abbraccio
L’abbracciò forte, forte, forte,tanto forte da farle sussurrare ‘non respiro’, ma non lo disse, si prese quell’abbraccio e restò ferma lì, in quella rada col mare calmo delle sue braccia serrate, riuscì solo a tuffarsi dentro quell’acqua azzurra e limpida dei suoi occhi appena svegliati.
I fiori e il fioraio.
Badava a far restare gli alunni in fila Viola, come tutti i giorni all’ora di uscita. Erano piccoli, felici, scrosciavano discorsi e risate come le rapide di un film dei cow boy e lei, la maestra, li teneva a bada con delicatezza e decisione, ormai erano usciti quasi tutti e tirò
su gli occhi a guardare oltre il cancello della scuola, fu là nel piazzale proprio di fronte che lo vide, col suo completo nero, la camicia bianca senza cravatta e un sorriso da bambino dipinto in faccia, allargò le braccia quando lei lo fissò, al suo fianco un indiano stava dritto e impettito con un turbante arancio in testa, dietro di loro un apetto celeste stracarico di fiori di ogni tipo.
Sentì scoppiargli il cuore nelle orecchie e per la pancia girarle una pallina, si avvicinò lenta cercando di ridere e di dire qualcosa, ma l’emozione stava per traboccare dagli occhi.
Appena fu a distanza giusta lui sorrise e allargando ancor di più le braccia le disse “siccome non so che fiore ti piace, ti ho portato tutti i fiori compreso il fioraio”
Le scoppiò un pianto di felicità direttamente da dentro il petto, le palline dentro la pancia erano diventate due, tre, quattro non riusciva a contarle. “Tu sei matto, proprio matto” riuscì solo a dirgli cercando di asciugarsi le lacrime che scendevano sulla faccia.
Lui la prese per le braccia e l’avvicinò a se, non disse niente, la baciò sulla bocca umida lei rispose.
Fu un bacio tenero e leggero, con le labbra che si sfioravano appena, gli si accostò mentre sentiva il corpo sussultare per i singhiozzi del pianto, poi questi cessarono e il bacio divenne un vento, un soffio potente che spalancò le sue finestre, rovesciò i tappeti, tirò giù i quadri dalle pareti, frugò dritto dritto dentro la bocca fino alle pieghe più ripiegate del suo cuore.
Non seppe dire quanto durò, le sembrò un attimo e le sembrò non finire mai.
“Tulipani, io adoro i tulipani”
“Kabir, un mazzo di tulipani grazie.”
L’indiano Kabir obbediente ed ossequioso preparò un mazzo di tulipani rossi, ma così rossi che sembravano dipinti coi loro cuori.
Presero il mazzo e …
Scritto da Sergio Spera dopo una conversazione con Grazia Altavilla che ringrazio per l’ispirazione.
11 Ottobre Giornata mondiale delle ragazze
Allora oggi è stata la giornata mondiale delle ragazze, era anche la giornata mondiale del coming out.
Noi in Italia abbiamo festeggiato la giornata mondiale dell’ipocrisia.
Si perché diciamolo chiaramente uscendo dalla retorica della celebrazione, siamo il paese numero uno in turismo sessuale, ogni giorno 2 bambini subiscono violenza, ogni due giorni una donna, non necessariamente ragazza ma non necessariamente signora (voglio dire sopra i quaranta per intenderci), viene uccisa da un uomo.
Però facciamo finta che vada tutto bene, come quelle brave signore di provincia, che di fronte alle corna che hanno in testa si consolano dicendo che in fondo il marito è un gran bell’uomo o che l’uomo è uomo e certe cose le deve fare.
Stereotipi, luoghi comuni, cattedrali culturali che ci fanno percorrere generazione dopo generazione gli stessi gironi infernali, le stesse violenze che abbiamo visto nella generazione precedente, gli stessi stupri dei nostri nonni e dei nostri padri, le stesse giustificazioni di sempre, ipocrite appunto.
Poi domani ci laveremo la coscienza con la giornata della donna, con la giornata della mamma, a breve l’introduzione della giornata della famiglia del mulino bianco, così celebriamo anche tutto lo schifo che sotto la parola famiglia riusciamo a farci stare e staremo un po’ più in pace con la nostra coscienza.
E se non bastasse una sana strofinata di candeggina profumata la farà tornare come nuova.
La stazione
Era arrivata in stazione in anticipo sull’orario , voleva essere sicura di non fare tardi e di non perdere l’arrivo del treno. Il pomeriggio stava lasciando il posto alla sera e le luci erano già
tutte accese, le vetrine colorate e i marciapiedi erano pieni di gente che camminava frettolosa, qualcuno si salutava abbracciandosi stretto stretto, qualcuno seguiva con lo sguardo umido il treno allontanarsi. Si sedette su una panchina in testa al binario d’arrivo, si cambiò le ballerine nere con cui era arrivata con un paio di décolleté nere che tirò fuori da una bustina nella borsa.
Si alzò e s’aggiusto la gonna poco sopra il ginocchio, strinse la cinta dello spolverino nero e guardo il tabellone luminoso, la scritta cambiò annunciando il treno, mancavano ormai pochi minuti, il cuore le fece un balzo e s’arrestò, poi riprese correndo forte.
Eccolo, vide da lontano le luci della motrice tremolare tra i binari, poi farsi sempre più vicine. Respirò adagio per calmare i battiti, sentì l’universo spalancarsi sotto i suoi piedi e fece un passo indietro per non cadere in quel buco del cosmo.
Il treno le si arrestò dinanzi, s’aprirono le porte e cominciarono a scendere i primi passeggeri.
Li guardava uno ad uno sfilarle davanti, l’avrebbe riconosciuto anche in mezzo a quella calca che scemava davanti a lei.
Pensò che lui l’avrebbe vista ascoltando i battiti del suo cuore, le sembrò che tutti la guardassero sentendo quel tam tam assordante.
Poi il flusso di viaggiatori diminuì, forse era nelle ultime carrozze si disse, che ci avrebbe messo un po’ ad arrivare, che c’era un sacco di gente sul treno a quell’ora e che sarebbe sceso per ultimo per essere sicuro di vederla, senza perderla tra la calca.
I battiti si erano fatti scomposti, non erano più un tam tam ma un susseguirsi scomposto di tuoni, un rombo di temporale che le cresceva nel petto.
Ancora qualche viaggiatore che scendeva frettoloso e s’incamminava lungo il marciapiedi, ancora uno, poi un altro.
Poi più nulla, il capotreno scese, guardò verso la coda del treno, poi verso la testa, infilò la chiave e chiuse le porte tra il rumore dell’aria compressa che usciva dalla motrice.
Le parve la fucilata di un condannato, ricadde pesante come un macigno a sedere sulla panchina.
Stette lì sperando ancora, sperando nell’impossibile.
Poi lentamente riemerse da quel suo torpore, la testa le girava ronzandole forte, le mani pesanti come stelle morte, riprese le ballerine dalla borsa, si cambio le scarpe mentre mandava giù lacrime e speranze.
Mise le scarpe col tacco nella borsa, mise la borsa a tracolla, s’aggiustò sulle spalle il macigno che era sceso dal treno con il l’ultimo viaggiatore e lasciando cuore e sogni sulla panchina tornò a casa.
Guardò l’ora, faceva in tempo a tornare prima che la sua vita si accorgesse di quella fuga.
Il tratto
Mario la sera stava seduto li, al tavolo di cucina il sigaro in una mano la matita nell’altra e in mezzo il foglio bianco.
Stava lì e mentre la radio suonava Wild world di Cat Steven, cercava tra le spire di fumo le parole da scrivere, le parole per fermare i pensieri, congelare i ricordi, stava lì sera dopo sera, ora dopo ora fino a che il sonno non lo faceva sognare.
Allora come in una danza vedeva le lettere che si incontravano, si abbracciavano, si attaccavano a formare parole, arrivavano le virgole e i punti e il foglio si riempiva di segni e i segni si facevano suoni, una ballata scorreva sul foglio mentre la radio sussurrava “but if you wanna leave take good care, hope you have a lot of nice things to wear…”
Mario guardava scorrere la ballata, scivolava via da un lato dall’altro tornava la realtà e il foglio era sempre vuoto. Una sera aspirò una boccata di fumo caldo e pungente e tracciò una linea sul foglio, dritta dritta ma interrotta a metà, poi sotto scrisse “io sono questa linea tu il tratto che manca”.
Scritto da Sergio Spera 2017.
Il Bacio
Lo vide avanzare dal fondo del bar verso di lei, il passo lento, le mani sciolte a reggere l’impermeabile, lo sguardo fisso dentro il suo.
Lo guardò fermarsi dinanzi a lei, le labbra socchiuse, il sorriso incredulo, gli occhi lucidi dalla felicità che monta da dentro.
Non riusciva a dirle niente e lei lasciò che la guardasse fissa in volto, poteva sentire le sue parole salire fino in gola e lì strozzarsi, poi senza che potesse presagire nulla, le passò un braccio intorno alla vita e la tirò a se con dolcezza, lo guardò dritta negli occhi e capì.
Lui posò l’impermeabile sul bancone e le mise l’altro braccio intorno le spalle, si senti tirare ancora verso di lui, lei s’abbandonò all’indietro mentre le labbra cercavano le sue, la baciò forte, cercandola ancora, invadendola, riempiendola.
Si lascio sopraffare dalla sorpresa, sgomenta restò così, incapace di reagire.
Senti le ginocchia cederle sotto il peso di quella passione improvvisa, il corpo le avvampò in preda ad un desidero febbrile che dal petto scendeva in basso, improvvisamente scottava.
Cedette ancora sotto la sua spinta e si adagiò sul bancone, si ritrovò a ricambiare abbraccio e baci.
E stette così, piena della sua bocca, satura del suo profumo, succube di quella dolcezza appassionata.
Ricambiò il bacio a lungo, sperando di secondo in secondo non finisse più, che quel momento si cristallizzasse per sempre e si facesse eterno. Assaporò lui e quei momenti il più possibile, sforzandosi di imprimerli bene dentro ogni cellula del corpo.
Avvampò ancora e ancora, poi quando lui si staccò, rabbrividì, improvvisamente sentì mancarle l’aria, sentì sfuggirle quell’attimo eterno e si ridestò da quel seducente torpore per riacchiapparlo il prima possibile.
Uscirono da quel bar tenendosi per mano, camminando stretti e sorridendo al Tevere si persero insieme nella notte di una Roma mezza addormentata e parecchio mignotta.
Scritto e riscritto da Sergio Spera.
Una guerra a bassa intensità
C’è una guerra che nessuno vuole citare, una guerra a bassa intensità la definirebbero i professionisti dell’informazione, una guerra combattuta cioè senza un vero e proprio dispiegame
nto di truppe e mezzi, combattuta in tanti piccoli conflitti locali. Solo che questa guerra ce l’abbiamo dentro i nostri condomini, nelle nostre strade, nei nostri parchi, negli uffici e nei supermercati, nei mercati rionali e la domenica sui sagrati delle chiese.
E’ la guerra che tutti i giorni, tutti i santi giorni combattiamo noi donne contro voi maschi, contro l’invasione, questa si, di parola, sguardi, mani e membri indesiderati, non cercati, non richiesti. E le vittime purtroppo sono tutte tra le nostre fila.
Ogni due giorni una combattente muore per mano di un marito, un compagno, un ex fidanzato, ma anche un fratello, un vicino o uno sconosciuto incrociato al parco mentre correvamo per conto nostro.
4 nostre combattenti su dieci hanno subito una violenza, che bisogna chiarirlo bene, perché da soli non lo capite, violenza non è solo lo stupro che ti segna per tutta la vita e non come pensa qualcuno di voi “Si va be’ ma poi ti rilassi e godi pure!”, violenza è quando ci toccate il culo o le tette in ufficio con la scusa del buffetto, violenza è la mano morta sui mezzi, violenza è tutte, ma proprio tutte le volte che io non ti ho detto di si e tu hai continuato con i tuoi giochini, i tuoi scherzi, le tue provocazioni.
Perché con la scusa che in fondo lo diceva anche Ovidio “vis grata puellae”, ci dovete seguire, dovete insistere, non smettete neanche di fronte all’evidenza di un fastidio, di un disagio, della paura che ci prende. Continuate con la vostra tattica di guerriglia, pensate di giocare sui grandi numeri “provaci con tutte che prima o poi una ci sta!” questo vi ripetete nei vostri briefing, questo trasmettete alle nuove leve e via allo sciogliete le righe, nuove pattuglie di provocatori con l’ormone al galoppo si scatenano per strada in cerca del loro obbiettivo.
Ci siamo abituate a vivere così, come stessimo nella Sarajevo del 1992, attente al trucco, alla lunghezza della gonna, alla maglia, al reggiseno, si a tutto perché mica ti puoi mettere una maglia scollata con un reggiseno a balconcino, è un invito al palpeggio. E figurati se accorci troppo la gonna, o se scopri l’autoreggente sedendoti, tanto varrebbe mettersi una maglia con scritto “la do al primo che la chiede”.
E cosi ogni giorno indossiamo l’elmetto, e usciamo in strada guardandoci intorno sospettose, scrutando quello che scende dalla macchina e improvvisamente sembra seguirci, cercando in treno un posto con altre donne per non essere sole circondate dal nemico. Ogni giorno andiamo a correre, a fare spese, cercando l’amica, perché l’unione fa la forza, ogni giorno guardiamo il nemico negli occhi sperando che non sia questo uomo che si presenta così gentilmente il mio cecchino.
Ci siamo abituate a vivere così, a non uscire la sera da sole neanche per andare ad un appuntamento, ci facciamo venire a prendere e lo dico sinceramente, quando il mio accompagnatore riportandomi a casa aspetta che lo saluti da dentro il mio portone, beh, io penso che sia una persona con un cuore speciale. Piccola e stupida cosa vero? Ma non è così, perché il nemico è ovunque e non dorme mai.
Questa è la nostra vita oggi, perché fino da piccole ce lo hanno detto le nostre mamme, ce le hanno ripetute fino alla nausea certe frasi che sono di un sessismo spaventoso a ben guardarle, “No tu no sei una bambina e non si fa”, “ma questa è una cosa da maschi”, “attenta che loro vogliono solo una cosa da te”, “comportati da donna”. Una montagna c’hanno messo addosso per difenderci dicevano loro, convinte che con questo sistema l’assedio sarebbe finito prima o poi. Ma non è così, qui l’assedio non finisce mai se non lo rompiamo noi, se non tagliamo mani, facciamo occhi neri, rompiamo braccia e spacchiamo teste. Non c’è l’ONU che manderà i caschi blu, che poi pure quelli quanto a stupri non sono secondi a nessuno, non ci sono salvatori in divisa o con il cavallo bianco. E a salvarci da sole ci vuole tempo e fatica, ma bisogna pur cominciare. Intanto dichiariamola la guerra, chiediamo una legislazione come quella Canadese, dove se io non ti dico di si è sempre e solo violenza, non molestia, violenza!
Facciamo vedere al nemico che non scherziamo, che si deve cambiare pagina, dobbiamo distruggere secoli di cultura patriarcale e ricostruire una cultura che parta dal rispetto delle persone non dei sessi. Non vogliamo quote rosa, ma parità totale incondizionata, senza scuse, facciamo la faccia brutta, forse qualche alleato tra le fila del nemico lo troviamo. Altre alternative non ne abbiamo.
Lo scritto è mio la foto è di una combattente curda contro l’ISIS.



