Era arrivata in stazione in anticipo sull’orario , voleva essere sicura di non fare tardi e di non perdere l’arrivo del treno. Il pomeriggio stava lasciando il posto alla sera e le luci erano già
tutte accese, le vetrine colorate e i marciapiedi erano pieni di gente che camminava frettolosa, qualcuno si salutava abbracciandosi stretto stretto, qualcuno seguiva con lo sguardo umido il treno allontanarsi. Si sedette su una panchina in testa al binario d’arrivo, si cambiò le ballerine nere con cui era arrivata con un paio di décolleté nere che tirò fuori da una bustina nella borsa.
Si alzò e s’aggiusto la gonna poco sopra il ginocchio, strinse la cinta dello spolverino nero e guardo il tabellone luminoso, la scritta cambiò annunciando il treno, mancavano ormai pochi minuti, il cuore le fece un balzo e s’arrestò, poi riprese correndo forte.
Eccolo, vide da lontano le luci della motrice tremolare tra i binari, poi farsi sempre più vicine. Respirò adagio per calmare i battiti, sentì l’universo spalancarsi sotto i suoi piedi e fece un passo indietro per non cadere in quel buco del cosmo.
Il treno le si arrestò dinanzi, s’aprirono le porte e cominciarono a scendere i primi passeggeri.
Li guardava uno ad uno sfilarle davanti, l’avrebbe riconosciuto anche in mezzo a quella calca che scemava davanti a lei.
Pensò che lui l’avrebbe vista ascoltando i battiti del suo cuore, le sembrò che tutti la guardassero sentendo quel tam tam assordante.
Poi il flusso di viaggiatori diminuì, forse era nelle ultime carrozze si disse, che ci avrebbe messo un po’ ad arrivare, che c’era un sacco di gente sul treno a quell’ora e che sarebbe sceso per ultimo per essere sicuro di vederla, senza perderla tra la calca.
I battiti si erano fatti scomposti, non erano più un tam tam ma un susseguirsi scomposto di tuoni, un rombo di temporale che le cresceva nel petto.
Ancora qualche viaggiatore che scendeva frettoloso e s’incamminava lungo il marciapiedi, ancora uno, poi un altro.
Poi più nulla, il capotreno scese, guardò verso la coda del treno, poi verso la testa, infilò la chiave e chiuse le porte tra il rumore dell’aria compressa che usciva dalla motrice.
Le parve la fucilata di un condannato, ricadde pesante come un macigno a sedere sulla panchina.
Stette lì sperando ancora, sperando nell’impossibile.
Poi lentamente riemerse da quel suo torpore, la testa le girava ronzandole forte, le mani pesanti come stelle morte, riprese le ballerine dalla borsa, si cambio le scarpe mentre mandava giù lacrime e speranze.
Mise le scarpe col tacco nella borsa, mise la borsa a tracolla, s’aggiustò sulle spalle il macigno che era sceso dal treno con il l’ultimo viaggiatore e lasciando cuore e sogni sulla panchina tornò a casa.
Guardò l’ora, faceva in tempo a tornare prima che la sua vita si accorgesse di quella fuga.