#andràtuttobene.

L’hashtag è #andràtuttobene e ti credo, perché l’hasthag #andratuttoaputtane, oltre che sapere di premonizione pare brutto e offensivo di una delle categorie più in sofferenza in questi giorni, con i clienti reclusi al 41bis, loro per davvero, con le mogli in ciabatte, le sopracciglie unite che neanche Breznev, il colore naturale dei capelli che lentamente, giorno dopo giorno la ricrescita disvela, le unghie che si riprendono il loro posto invece di gel e ricostruzioni dipinte come tele del rinascimento. Ma soprattutto i peli, i tanti, temuti, odiati, combattuti peli, che vengono su con una forza manco fossero fili d’erba in mezzo al cemento, nel frattempo gli estetisti prendono contatti per assumere, alla fine della quarantena, manipoli di pastori sardi per procedere alla tosa-depilazione.
Loro, i mariti poveretti, quelli che vanno al bagno 15 volte al giorno per poter mandare un saluto, un bacetto, un pensiero copioincollato da frasicelebri.it all’amante, o scambiare due parole con la collega d’ufficio convinta che siate single in quarantena in un loft, o guardare in pace le foto porno mandate dal gruppo del calcetto, che nel frattempo si è rinominato “daje co’ youporn”.
Andratuttobene perché se non altro moriremo di inedia e di ozio ma in case talmente pulite e disinfettate, che ci si potrebbe operare a cuore aperto sul pavimento della cucina, anche perché la prima settimana è stata dedicata alle pulizie, ma così pulizie che manco se nostro signore Gesù avesse deciso di risorgere nel soggiorno di casa nostra, riuscivamo a farle così a fondo.
Andratuttobene perché la seconda settimana ci siamo buttati sulla pasticceria, ma al terzo giorno non si distinguevano più le analisi del sangue dalla ricetta della crostata di Iginio Massari, così ci siamo dati alla panificazione. E lì le vette raggiunte dall’italica fantasia non hanno avuto limiti e siamo riusciti a riprodurre pure il pane che gli antichi Assiri facevano con la farina ricavata dalla saggina delle scope e finito il lievito, abbiamo riscoperto la bontà del pane azimo cotto sulla pietra arroventata in forno.
Poi alla terza settimana col colesterolo che correva più dello spread, i trigliceridi che giovano a palla coi pochi globuli rossi, i globuli bianchi che nel frattempo si erano dati alla macchia, che tanto non servivano più, a forza di disinfettare tutto, lavarsi con lo spirito, farsi il bidè con l’amuchina (perché qualcuno ha letto che il cugino del macellaio del droghiere davanti al farmacista all’angolo, s’è infettato pure andando al cesso dopo uno positivo),
Alla fine abbiamo capito che era meglio darsi una regolata, e magari anche stare un po’ all’aria aperta e inventarsi di cantare tutti insieme.
Così tutti in balcone a cantare l’inno, nel blu dipinto di blu, che poi si intitola volare e domani vincerò, che tanto domani è uguale a oggi, in una sorta di giorno della marmotta nazionale.
Poi qualcuno avrà pure pensato che cantare andava bene se hai studiato musica, o se sei nato con l’orecchio musicale e distingui un fa diesis da si bemolle, ma se sei stonato come una campana rotta, c’hai i nodi sulle corde vocali ma tu te ne freghi e insisti a voler cantare “I Will survive” in falsetto, io ti tiro una martellata dal balcone di fronte che Thor su Ragnarok mi fa un baffo, così ti sdraio lì e non mi frantumi più i cojoni!
Ora però qualche cosa si incrina su andratuttobene, perché all’ennesima video conferenza di Conte, che in sordina ti prolunga di altri 15 giorni, tu sbrocchi e visto che stai ai domiciliari comunque, visto che sull’ultimo modulo per l’autocertificazione è comparsa la dicitura ‘fine pena mai’, decidi di regolare i conti con quello del piano di sopra che ti sgrulla la tovaglia sul balcone, ti annaffia le piante quando tu hai steso le lenzuola del corredo buono di mamma e allora sali su a bussargli con quella grazia che Jack Nicholson su Shiningh è solo un’educanda delle orsoline.
Allora si che riscriviamo l’hasthag,
#andratuttoaputtane.

Jack Nicholson su Shiningh
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Il contagio.

Stamattina due piccole considerazioni di logica, tanto per tenere allenata la testa, dedicate a tutti quelli che incolpano untori vari se il virus continua a correre. Quelle due cartine in foto, gentilmente pubblicate qualche giorno fa dalla mia amica Elena Mazzoni che ringrazio, mostrano a sx la diffusione del contagio e i relativi decessi, a dx la mappa delle attività produttive di questo paese.

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Salta agli occhi, anche di quelli in buonissima malafede, come le due cartine siano sovrapponibili e come l’asse lombardo veneto rappresenti il motore industriale di questo paese.
Da sole, infatti, rappresentano il 45-50% della produzione industriale di questo paese.
La Lombardia è la regione più popolosa d’Italia, più densamente popolata, con più strade, ferrovie, fabbriche, uffici d’Italia, è uno dei 4 motori economici d’Europa, da sola produce un quarto del PIL del paese.
Ora se usciamo dalle statistiche e dai trofei, dobbiamo riconoscere che in Lombardia ci sono più operai (si gli operai, quelli con la tuta blu, che a turno entrano in fabbrica di notte o all’alba, quelli delle lotte operaie, ve li ricordate?), che ogni giorno sono costretti a spostarsi, costretti cioè obbligati, quelli che che per 1.100 / 1.300 euro al mese sfidano il Coronavirus e fanno il loro dovere, insieme a macchinisti, autisti, camionisti e addetti alla logistica (tutte categorie della lotta di classe). È fisiologico, allora, che in quelle zone il virus faccia numeri da guerra termonucleare globale. Non sono i runner o i poveretti che per fuggire da un 41bis dentro 40 metri quadri al Tiburtino o a Colli Aniene, fanno il giro del palazzo fumandosi una sigaretta, a spandere il virus.
Ancora una volta, come sempre, non siamo tutti uguali in questa emergenza, l’isolamento non appiana le differenze, la malattia non mette sullo stesso piano padroni ed operai.
Qualcuno dirà che faccio un comizio, che rispolvero la lotta di classe in un momento in cui bisognerebbe essere tutti uniti, va be’ forse è vero. Ma quando l’emergenza sarà passata, ricordiamocene prima di dire che non c’è più la destra e la sinistra.
Hasta la victoria Compagni!

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Il panino.

Se lo ritrovò davanti l’ufficio all’ora di pranzo, lei scendeva per un toast al solito bar, alla solita ora, coi soliti colleghi.
L’aspettava fuori dalla macchina, quando la vide, le sorrise e le aprì lo sportello, ‘che ci fai qui?’ fece lei sorpresa.
‘Ho pensato di portarti fuori a pranzo, ma proprio fuori fuori’.
Lo guardò un po’ perplessa mentre saliva, che vuol dire fuori fuori, pensò tra sé.
Lui rientrò e partì tranquillo, girò la macchina e attraversò il paese senza fretta, poi svoltò per la strada che portava in montagna, passò lento tra quelle case che stringevano la strada fino a quasi renderla un vicolo, superò l’abbeveratoio dove un escursionista riempiva la borraccia e, poco dopo, arrivò davanti alla chiesetta, parcheggiò e senza dire niente scese prendendo la busta che era sul sedile posteriore.
Lei, sempre più sorpresa lo seguì, l’avrebbe fatto anche se avesse preso per il Brennero e poi su verso Monaco, Praga, Amburgo, l’avrebbe seguito anche se avesse preso per il ponte di Öresund e su fino a Capo Nord.
Lui, l’avrebbe seguito ovunque.
Scese e le veniva da ridere, ‘ma che ci facciamo qui?’ chiese ridendo.
‘Ti offro il pranzo fuori, ho preparato due panini e tenuto in fresco due Radler, spero che il panino ti piaccia’.
‘TI ho preparato il Penduik, con la salsiccia di prosciutto, il caprino, la pancetta e le pannocchie sottaceto che mi piacciono tanto’, le disse aprendole il cancelletto che chiudeva il piccolo giardino intorno alla chiesa.
Si avvicinarono al basso muretto che separava la chiesetta dai pascoli intorno, da lì si poteva ammirare tutta la valle, la statale che attraversava i paesini, lunga e dritta come una riga tirata da un gigante, il fiume con le sue giravolte, le chiese con i loro campanili a punta e, se guardavano a destra, su su per il monte, anche il monastero di Santa Maria, candido ed imponente a guardia della via dei pellegrini antichi.
Si sedettero con le gambe che penzolavano, lui le porse il panino, la birra e le sorrise.
Lei ci mise un attimo, poi si tuffò in quel mare immenso che l’assaliva, si lasciò andare a quelle onde che la sbattevano da una parte all’altra dell’anima, annegò senza resistere a quel calore che le saliva da dentro.
Prese il panino e la birra senza poter dire neanche grazie.
Lo scartò senza rendersi conto di quello che faceva e l’addentò, era lì, ma l’anima le era scappata lontano.

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Sentiva il profumo della carne, il sapore del formaggio, l’acidulo dei sottaceti, sentiva lui vicino, l’odore di tabacco che si portava dietro, sentiva i loro cuori battere un solo battito insieme, con un filo di voce riuscì solo a dire ‘è buonissimo’, mentre sentiva gli occhi inondati di emozione.
Poi lui la tirò fuori da quello tsunami che la portava via, ‘questo è il posto più bello del mondo, questo è il centro del mondo per me, ed ora è il centro della mia vita, qui con te a mangiare panini, grazie per tutto questo’.
E quando lui la baciò lieve sulle labbra umide, non poté né volle far niente per fermarlo.
Complice, s’abbandonò a quel bacio, s’abbandonò a quella tempesta, entrò in quella rada calma che erano le sue braccia e lasciò fuori il resto del mondo.

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Le streghe della notte.

Comunque, coronavirus a parte, oggi è la giornata internazionale delle donne.
Perché il virus passerà, alla fine passerà e saremo forse migliori.
Ma domani continueranno ancora i femminicidi, gli stupri, le violenze, piccole o grandi, che siano in casa, al lavoro, o per strada.
Continueranno ancora le frasi sessiste, le palpate di maschia virilità, continuerà insomma tutto il mondo di merda che sul rapporto uomo donna siamo riusciti a costruire.
Voi donne scriverete ancora alle altre donne di quanto non amore c’è nella gelosia, nella possessione, nel volervi imporre regole e comportamenti e noi plaudiremo a questo.
Scusarsi, come uomo, è condicio sine qua non per ripristinare un minimo di rispetto per voi, per quel poco che vale, per quella goccia di rispetto che porta nel mare del sopruso.
Per il resto vi auguro di avere o di trovare un amore che vi dica “Ti amo anche quando ti svegli storta come un Picasso appeso storto”.
Tanti auguri a tutte le donne, perché il virus più pericoloso ce l’hanno spesso attaccato al cuore.

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P.S. La foto si riferisce a quattro donne delle “Streghe della notte”, aviatrici russe della II Guerra Mondiale che terrorizzavano i tedeschi per la precisione delle loro incursioni e il loro coraggio in battaglia.

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Ce ne andremo al mare.

Alla fine vedrai che, quando questa follia sarà finita, quando questo uragano sarà passato, quando questa notte comincerà a schiarire, ce ne andremo a vedere il mare io e te.
Ce ne staremo lì seduti sulla riva reggendoci le ginocchia, a guardare le onde andare e venire, caricarsi e alzarsi, infrangersi invadendo di spruzzi e schiuma la sabbia e poi tornare indietro e staremo ancora lì, senza dirci niente.
Non ci toccheremo neanche io e te, staremo lì seduti vicini, mentre le nostre vite torneranno ad annodarsi come la rete di un pescatore buttata nel mare dei nostri desideri, a pescare quello che abbiamo sempre cercato.
Metteremo da parte la testa e i pensieri, le cicatrici e le ferite aperte, i rimpianti e i sogni infranti sugli scogli e quelli spiaggiati mentre cercavano di prendere il largo senza farcela, ce ne staremo lì a sognare ancora e ancora.
Ce ne staremo lì a riempire quel gran spazio rimasto vuoto nei nostri cuori come fosse incolmabile, riempiendolo di sole e vento, di sabbia che si alza mossa dalle nostre dita, di conchiglie e legnetti del mare, di fiori della spiaggia e di voli dei gabbiani.
Lo riempiremo di nuovo come se mai fosse stato riempito, dilatando il tempo fino a farlo diventare un ‘per sempre’ lungo come un’onda che sbatte a riva e torna al mare.
Ci metteremo i nostri battiti, forti come i timpani di un’orchestra e delicati come ali di libellula, li ascolteremo uno ad uno fino a sentirli sincroni, ritmici nel respirare quell’aria pulita, come la tovaglia bianca della domenica coi parenti, come un pensiero cullato di notte lontano da tutti, che, notte dopo notte, rimane solo nostro e solo nostro è perfetto.
Ci alzeremo nello stesso istante aiutandoci l’uno con l’altra, ci puliremo i piedi dalla sabbia prima di rimetterci le scarpe e inciamperemo in un bacio che saprà di sale, lento, lungo, pudico d’amore giovane e sconcio di passione cotta al sole di quel giorno, primo ed unico, doppio in un solo giorno che saprà di noi e di sempre.

Foto mia, tramonto a Passoscuro, il fosso è quello della scena finale de ‘La dolce vita’.

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Il complotto.

Alla fine della seconda settimana di arresti domiciliari facciamo il punto sul corona virus.
Appare ormai chiaro che il virus sia stato sviluppato nei laboratori cinesi, ma costruiti dai francesi nel 1934, di Wuhan con esperimenti già a partire dal 2015, come testimoniano i video. Il governo cinese a dicembre 2019 accetta la richiesta tedesca di invitare un medico a visitare il centro. I tedeschi, che non vedono l’ora di fondare il IV reich utilizzando qualunque arma, economica, militare, biologica e non si fermano né si fermeranno davanti a niente e nessuno pur di sentire l’Europa gridare “Heil Angela”, sono già d’accordo con i francesi e gli americani, per spargere l’epidemia in Italia.
Colpevole, secondo gli USA, di aver aperto la porta ai cinesi con il potente ministro degli esteri Richelieu – Di Maio e di aver trattato sottobanco con la Russia di Putin grazie al potente e incorruttibile ministro Bismarck – Salvini.
I francesi lo fanno perché, si sa, gli rode ancora il culo dopo che gli abbiamo fregato il bidet e loro sono costretti a farsi la doccia ogni volta che vanno di corpo. Con evidente spreco di acqua ed energie.
A questo punto il medico tedesco, che per brevità chiameremo Adolf, si reca a Wuhan, visita il centro, ruba una fiala di Covid-19 e se la inietta di nascosto da tutti. Partecipa già febbricitante ai festeggiamenti in suo onore, stringe mani, bacia e abbraccia tutti.
Quando riparte la Cina comincia a contare i morti per l’epidemia, ma non dice niente, tiene nascosti 21.000.000 di morti e militarizza una provincia per convincerci della sua buonafede.
Adolf, tornato a casa, viene mandato in visita a Codogno, Lodi, Bergamo e Vo’, stringe mani, abbraccia persone, fa cose e, ormai allo stremo, rientra in Germania, dove, in gran segreto, sarà curato come meritano gli eroi.
Intanto gli stati più previdenti come il Giappone, che mica so’ scemi, hanno già il farmaco, ma loro si sa, so’ sempre avanti a tutti e con la Cina hanno vecchi conti da regolare ancora oggi, quindi curano tutti col farmaco senza dirlo a nessuno, ma un farmacista italiano se ne accorge e li sputtana tutti, compreso il ministro per la salute tale Mikakazzi Hioshimoto, che è costretto a smentire e anzi dice di aver proibito da tempo la vendita del farmaco per i pesanti effetti collaterali, ma noi mica siamo scemi, mica ci freghi Mikakazzi!
Scoppia il panico in Italia, all’inizio sembra tutta una manovra per spiazzare i no-vax e farli morire tutti, ma poi dal focolaio lombardo l’epidemia dilaga in tutto lo stivale, Molise compreso, perché il virus conosce la geografia meglio di tanti italiani.

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I comunisti muovono con sperimentata furbizia le loro truppe e, fregando tutti sul tempo, spediscono nel belpaese manipoli di eroi da Cuba, Vietnam e dalla Russia arrivano 16 giganteschi Tupolev (vi ricordate la visita di Otto von Salvini?). Ufficialmente di medici e mezzi sanitari, ma si sa che loro sono abilissimi nel mimetizzarsi e da Pratica di Mare e Ciampino le truppe russe avanzano, travestite da medici e ambulanze verso San Pietro, con l’obiettivo di bivaccare nella piazza più cattolica del mondo. (Ma quelli mica so’ comunisti così)!
Il Papa, preso in contropiede che fa? Il buon Francesco, che sta un po’ antipatico ai Poteri Forti per via delle sue simpatie per i poveri e gli emarginati, non perde l’occasione e annuncia, ‘devolveremo il nostro inestimabile tesoro ai poveri ed agli ammalati’ e con un atto sovversivo apre i caveau di San Pietro e mostra al mondo le 65.000 tonnellate d’oro accumulate in secoli di potere temporale e non solo.
Lo scenario è quasi completo, mancano solo gli ebrei e il priorato di Sion che finora sono stai in silenzio a guardare gli avvenimenti e sapete perché? Perché loro hanno già il vaccino e sono pronti a tirarlo fuori al momento opportuno, vendendolo a suon di milioni di dollari al miglior offerente. Perché si sa, loro fin dalla notte dei tempi questo fanno, commerciano ricavando il massimo del profitto.
Ora, sia chiaro che io non condivido una parola di quello che ho scritto, ma ho messo solo in fila una buona parte delle teorie complottarde che stanno girando su internet.
Ora mi, e vi, chiedo, ma veramente qualcuno dotato di un QI almeno di 80 può credere a quello che ho scritto?

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Quando tocca a te.

Prima di tutto vennero a prendere gli zingari, e fui contento, perché rubacchiavano. Poi vennero a prendere gli ebrei, e stetti zitto, perché mi stavano antipatici. Lo conosciamo tutti l’inizio del sermone del pastore luterano Niemöller, e tutti più o meno alla fine scuotiamo la testa, ma sotto sotto pensiamo ‘ va be’ ma a me quando mi tocca…”.
Poi succede che un giorno qualsiasi, decidi di andarti a tagliare i capelli da un barbiere qualsiasi, in un centro commerciale qualsiasi e quello, uno sulla quarantina, tutto vestito di nero e tatuato come un maori neozelandese, comincia a parlare del grande fratello vip e della cattiveria di Signorini, tu stai lì e pazienti, non hai mai visto una puntata del GF, ma non glielo dici, non guardi più la tv commerciale da quando c’hai l’abbonamento a Netflix, Amazon e Infinity, ma rischi di passare da radical chic del cazzo e allora fai si con la testa.
Così lui tutto contento della sua critica va avanti e rincara la dose, gli deve stare proprio antipatico Signorini, perché dice che è vecchio,come fosse una colpa invecchiare, inacidito, si, questa è una colpa, e frocio, si dice così e dice pure che è italiano e si chiamano così nella nostra lingua.
Ora tu che fino ad allora ascoltavi distratto drizzi le orecchie e lui continua con una fiera dell’ovvio e dei luoghi comuni che l’Expo 2015 diventa la sagra della porchetta di Ariccia al confronto (non me ne vogliano gli abitanti, ma onestamente abitate nel paese più piccolo dei castelli romani).
Che ormai non ci si capisce più niente, che dove andremo a finire e via discorrendo.
Succede che tu te ne stai lì meditando su come sarebbe bello in quel momento avere una Glock in tasca e senza neanche toglierti la mantellina impermeabile, alzarti e mirare dritto dritto in mezzo agli occhi, sparare un solo colpo e guardare il 9mm parabellum farsi comodamente strada dentro la scatola cranica, dirompendo all’interno e facendo schizzare tutt’intorno sangue, cervello e merda.
Tanto tu hai la mantellina impermeabile e non te ne frega niente degli schizzi.
Lui intanto finisce, spazzola i capelli dal collo e ti chiede se è tutto a posto.
“Si si grazie, perfetti, lo dico anche a mio marito stasera che qui tagliate così bene i capelli”
Paghi chiedi lo scontrino e giri sui tacchi andando via con un ancheggiare provocatorio, mentre lui è rimasto lì, con la mantellina in una mano e la spazzola nell’altra, chiedendosi se ha capito bene.
Benvenuti nell’Italia del 2020, dove un omofobo fa outing senza problemi perché tanto ormai è così che vanno le cose in questo paese di merda e sangue.
E comunque in italiano sarebbe omosessuale il termine corretto, frocio è romano volgare, che grazie alla tv che ti guardi tu è diventato di uso comune in tutta Italia, da Bolzano ad Adrano, isole comprese.

Racconto liberamente tratto da una storia vera e scritto tutto da me.

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La linea di separazione

C’è una linea che separa una frase sessista da una no, un confine preciso, netto, facilmente individuabile da chiunque.
Pensate ad una frase e giratela al maschile, lo potete fare? Vi viene naturale? È una frase che non vi disturba? Allora non è sessista, altrimenti lo è.
È facile vero? Quante volte avete detto “una bella donna ed anche intelligente”, ma non avete mai detto ad alcuno “Un bell’uomo ed anche intelligente”, non l’avete fatto, al massimo avrete dette “Sei un tipo interessante, un uomo di grande carisma”
Per sottolineare la serietà di una donna quante volte avete detto “tanti anni che la conosco e non me l’ha mai data!” (cit. non mia), ma quante volte avete detto di un uomo “tanti anni che lo conosco e non mi ha mai sodomizzato “ (l’ho tradotta quasi letteralmente dal romano ‘nun me se’ mai ‘nculato).
Quante volte per strada avete fissato ostentatamente l’ondeggiare di quel fondo schiena, sottolineandone in italiano volgare la tonda rigidità e l’apparente consistenza? E a quanti culi maschili è stato riservato lo stesso sguardo e lo stesso giudizio?
O quante volte di una donna che ha messo da parte la propria affermazione, la propria vita sociale a favore dell’impegno familiare e casalingo, avete dichiarato con ostentato compiacimento “ha fatto un passo indietro in favore della carriera del marito”? E quante volte avete fatto la stessa affermazione con lo stesso non celato compiacimento in favore di un uomo che ha scelto di dedicarsi alla casa in favore della moglie?
Ecco, ogni volta avete superato quella linea, l’avete calpestata calpestando la dignità di quella donna, l’avete umiliata mettendola un gradino più in basso dell’uomo, del maschio, del capobranco.
Perché in un branco vivete, un branco di scimmie senza peli che brandiscono femori a mo’ di clave, minacciando le altre scimmie, pronti all’ostentazione di attributi utili solo alla prosecuzione di una specie viziata da secoli di patriarcato, di caccia alle streghe, di mistificazione, di segregazione.
Scimmie in abito da sera che sproloquiano dal microfono di una tv nazionale mostrando il maschilismo più becero e antiquato che si possa immaginare, che sbraitano da un palco elettorale suscitando l’ilarità di un pubblico femminile fermo al medioevo, al feudalesimo, pronto allo jus primae noctis con il principe di turno, anche se di azzurro c’ha solo la bandiera del partito.
Ed è tutto un tracimare di frasi, episodi, aneddoti, comportamenti sempre più evidenti, sempre più marcati, in una società che ha perso il senso della misura, il senso della vergogna, il rispetto per l’altro e per se stessi in primis. Una società che attacca donne, omosessuali, ebrei, stranieri, che butta tutti in pasto alla violenta e becera voglia di affermare che maschio, bianco, etero e cristiano è bello!
Aiuto!

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Della glorificazione di Craxi.

Se la matematica non è il vostro forte non leggete oltre.
Volevo dire una cosa ai giovani di oggi, diciamo a quelli sotto i 40 e a quelli che, come me, erano già grandicelli negli anni ’80.
Non date retta a chi vi racconta che quelli furono anni fantastici, non gli credete neanche un po’.
Di quel decennio io salvo poche cose, la coppa del mondo del 1982 in Spagna, il Presidente Sandro Pertini, Gorbacev, la Perestrojka, la caduta del muro di Berlino, la fine della dittatura in Cile.
Per il resto varrebbe la pena premere il rewind e ricominciare dal 1 gennaio 1980.
Perché quelli furono gli anni della lira che precipitava sui mercati internazionali, furono gli anni in cui ci siamo indebitati oltre ogni limite economicamente sostenibile, dando a garanzia il vostro futuro con la crescita senza controllo del debito pubblico.

Furono gli anni in cui tutto ci sembrava possibile e il futuro era un tappeto rosso steso ai nostri piedi.
Gli anni della Milano da bere, dove un partito che arrivava al suo massimo nel 1987 con il 14% di consenso elettorale, metteva sistematicamente in piedi congressi e convegni faraonici, con scenografie curate da architetti illustri, mentre i suoi dirigenti lucravano tangenti su tutto, anche sui vecchietti di Milano (Il Pio Albergo Trivulzio docet).
Furono gli anni dell’avvento di Berlusconi e delle sue TV, che da lì in poi sarà l’artefice del rincoglionimento generale al moto di “Il pubblico italiano non è fatto solo di intellettuali, la media è un ragazzo di seconda media che nemmeno siede al primo banco… È a loro che devo parlare”.
Un uomo su tutto ciò ha segnato, consentito e favorito tutto questo, Bettino Craxi e oggi non date retta a chi vi dice che fu un grande statista.
Probabilmente fu un grande politico (con la p minuscola), uno che sapeva fiutare il vento e cambiare strategia per mettersi a caccia dei voti e del consenso, uno che è morto latitante, non esule, condannato in via definitiva in Italia per appropriazione indebita, tangenti e qualche altra cosa.Ma era anche uno che aveva una visione liberista ed arrivista del futuro, distante dai valori della sinistra di ieri, di oggi e di domani.
Ci sembra grande oggi che viviamo in un circo popolato da nani e vallette scosciate, in cui basta mettere insieme “kasta”, “privilegio”, “ladri” per ottenere il 35% dei consenti ed essere eletti, o peggio, vomitare odio su tutti, migranti, donne, avversari per sperare di esserlo. E sinceramente, questi politici sembrano tanti bambini piccoli che dicono cacca, piscia, vomito e ridono a crepapelle.
E non vi annoierò ancora dicendovi che in quegli anni scoppiò il caso della loggia P2, con i gangli vitali dello stato, politica, magistratura, finanza e stampa, infettati da questo morbo che ancora oggi appare misterioso, ma letale.
Non vi parlerò dell’attentato alla Sinagoga di Roma dove muore un bambino di due anni, ad opera di terroristi palestinesi, dell’attentato al Papa, altro grande mistero di quegli anni, come l’abbattimento del DC8 Itavia sopra i cieli di Ustica.
Mi fermo e vi lascio due grafici, fonte il sole 24ore e il MEF con i dati di cui vi ho raccontato.

P.S. mi sono scordato di salvare “Nell’aria c’è” di Umberto Tozzi del 1984, scusatemi.

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L’Europa senza barriere

“All’inizio dell’anno sono stato in Alto Adige, in un posto magico a pochi chilometri dalla Svizzera e dall’Austria, un posto dove parlano tutti tedesco e le chiese hanno tutte il campanile con il tetto a punta.
Uno di quei posti incastrati tra le dolomiti, con i paesini stretti in lunghe valli con il fiume in mezzo, dove la sera è facile trovare soprattutto gli uomini con il tracht, il costume tradizionale, insomma un posto che se ci vai in vacanza poi ti innamori.
Sono andato su in macchina, quindi potevo muovermi senza problemi, così decidiamo di andare a fare una gita, prima in Austria e poi in Svizzera.
Arrivare in Austria è facile, mi sono reso conto che avevo passato il confine perché i segnali stradali non erano più in due lingue ma solo in tedesco, poi ad un certo punto lungo la strada appare lei, la vecchia dogana, con i caselli per le guardie di confine, le pensiline e le sbarre abbassate.
Sta lì da una parte, mentre la strada l’hanno deviata di pochi metri per non buttare giù quel monumento alla separazione, alla divisione.
Sta lì come a ricordarci di quando eravamo singoli, indipendenti, chiusi dalle nostre sbarre abbassate, protetti nel nostro piccolo, ma proprio perché chiusi nel nostro piccolo, impreparati ai cambiamenti del mondo che sarebbero arrivati. Oggi cugini, come tante comunità che si uniscono, collaborano, cancellano le sbarre, si danno una sola moneta.
Nei negozi poi, venendo dalla provincia di Bolzano dove è ancora forte la lingua e il dialetto tedesco, non sembra di essere in Austria, non devi contare il soldi del cambio, paghi con la tua moneta.
Poi siamo andati in Svizzera e lì lo vedi che vai in un altro paese, lì la dogana ancora c’è, in ingresso ti possono fermare e controllare, anche se con me non lo hanno fatto, nei negozi poi la valuta è indicata in franchi svizzeri ed in euro, e ti fanno lo sconto se paghi con l’euro e in contante.
Al ritorno poi, si mi hanno fermato, per sapere se portavo taniche di carburante che da loro costa il 30% di meno e liquori.
Ecco lo so è una piccola cosa, ma anche quando sono andato in Francia è stato così, entri nel Traforo del Monte Bianco e quando esci ti rendi conto che sei in Francia dal colore dei segnali stradali, nessun controllo, nessuna barriera.
Per noi che veniamo da Roma ti rendi conto che sei in Alto Adige perché noti subito la mancanza di una cosa, le buche!!!
Ho visto un romano fermarsi e con un piccone farsene una tutta sua, mi ha strillato mentre passavo ‘nu c’ha faccio co’ tutto ‘sto liscio, una la vojo sentì sotto la macchina’.”

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