#andràtuttobene.

L’hashtag è #andràtuttobene e ti credo, perché l’hasthag #andratuttoaputtane, oltre che sapere di premonizione pare brutto e offensivo di una delle categorie più in sofferenza in questi giorni, con i clienti reclusi al 41bis, loro per davvero, con le mogli in ciabatte, le sopracciglie unite che neanche Breznev, il colore naturale dei capelli che lentamente, giorno dopo giorno la ricrescita disvela, le unghie che si riprendono il loro posto invece di gel e ricostruzioni dipinte come tele del rinascimento. Ma soprattutto i peli, i tanti, temuti, odiati, combattuti peli, che vengono su con una forza manco fossero fili d’erba in mezzo al cemento, nel frattempo gli estetisti prendono contatti per assumere, alla fine della quarantena, manipoli di pastori sardi per procedere alla tosa-depilazione.
Loro, i mariti poveretti, quelli che vanno al bagno 15 volte al giorno per poter mandare un saluto, un bacetto, un pensiero copioincollato da frasicelebri.it all’amante, o scambiare due parole con la collega d’ufficio convinta che siate single in quarantena in un loft, o guardare in pace le foto porno mandate dal gruppo del calcetto, che nel frattempo si è rinominato “daje co’ youporn”.
Andratuttobene perché se non altro moriremo di inedia e di ozio ma in case talmente pulite e disinfettate, che ci si potrebbe operare a cuore aperto sul pavimento della cucina, anche perché la prima settimana è stata dedicata alle pulizie, ma così pulizie che manco se nostro signore Gesù avesse deciso di risorgere nel soggiorno di casa nostra, riuscivamo a farle così a fondo.
Andratuttobene perché la seconda settimana ci siamo buttati sulla pasticceria, ma al terzo giorno non si distinguevano più le analisi del sangue dalla ricetta della crostata di Iginio Massari, così ci siamo dati alla panificazione. E lì le vette raggiunte dall’italica fantasia non hanno avuto limiti e siamo riusciti a riprodurre pure il pane che gli antichi Assiri facevano con la farina ricavata dalla saggina delle scope e finito il lievito, abbiamo riscoperto la bontà del pane azimo cotto sulla pietra arroventata in forno.
Poi alla terza settimana col colesterolo che correva più dello spread, i trigliceridi che giovano a palla coi pochi globuli rossi, i globuli bianchi che nel frattempo si erano dati alla macchia, che tanto non servivano più, a forza di disinfettare tutto, lavarsi con lo spirito, farsi il bidè con l’amuchina (perché qualcuno ha letto che il cugino del macellaio del droghiere davanti al farmacista all’angolo, s’è infettato pure andando al cesso dopo uno positivo),
Alla fine abbiamo capito che era meglio darsi una regolata, e magari anche stare un po’ all’aria aperta e inventarsi di cantare tutti insieme.
Così tutti in balcone a cantare l’inno, nel blu dipinto di blu, che poi si intitola volare e domani vincerò, che tanto domani è uguale a oggi, in una sorta di giorno della marmotta nazionale.
Poi qualcuno avrà pure pensato che cantare andava bene se hai studiato musica, o se sei nato con l’orecchio musicale e distingui un fa diesis da si bemolle, ma se sei stonato come una campana rotta, c’hai i nodi sulle corde vocali ma tu te ne freghi e insisti a voler cantare “I Will survive” in falsetto, io ti tiro una martellata dal balcone di fronte che Thor su Ragnarok mi fa un baffo, così ti sdraio lì e non mi frantumi più i cojoni!
Ora però qualche cosa si incrina su andratuttobene, perché all’ennesima video conferenza di Conte, che in sordina ti prolunga di altri 15 giorni, tu sbrocchi e visto che stai ai domiciliari comunque, visto che sull’ultimo modulo per l’autocertificazione è comparsa la dicitura ‘fine pena mai’, decidi di regolare i conti con quello del piano di sopra che ti sgrulla la tovaglia sul balcone, ti annaffia le piante quando tu hai steso le lenzuola del corredo buono di mamma e allora sali su a bussargli con quella grazia che Jack Nicholson su Shiningh è solo un’educanda delle orsoline.
Allora si che riscriviamo l’hasthag,
#andratuttoaputtane.

Jack Nicholson su Shiningh
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