Un’ insegnante, la vita e il cancro

Continuo a scrivere la mia storia che è iniziata nove mesi fa e penso non finirà mai. Quando entri in questi tunnel, la vita cambia, ogni cosa che vedi sul tuo corpo e che prima non facevi caso, adesso diventa subito un tumore, un dolore che ti coglie improvvisamente, lo associ subito alla morte. Si perché c’è poco da fare, anche se di cancro non si parla mai abbastanza, questi bastardi che inaspettatamente si insinuano nel tuo corpo, nella tua mente e nella tua vita, possono anche portarti alla morte. E se non ti portano alla morte ti cambiano l’esistenza, i pensieri, i sogni, i desideri. I progetti che prima rincorrevi, adesso li segui pigramente, senti le emozioni, ma subito tenti di spegnerli. Hai paura di soffrire, di subire, di patire, di sopportare. Il muro nero che ti accompagna non ti fa vedere che forse ci sono spiragli, che forse ce la puoi fare. Anche qui è tutto questione dei disegni del destino. E non puoi non assecondarli. No, perché sono la tua anima, il tuo respiro, la tua forza.  Era il cinque dicembre 2017 quando mi avevano dato cinque mesi di vita ed eravamo a gennaio. Ero stata ricoverata per fare la bio-tac polmonare. Sempre un tubo dove con delle siringhe prelevano una piccola parte del tumore per essere certi della malignità e di che cancro si trattasse. Due notti e tre giorni, ma la felicità di quando mi hanno detto che potevo andare a casa, ancora la ricordo tra le cose più belli da riporre nei cassetti dei sogni. Anche se era maligno. Anche se era bastardo. Anche se avevo pochi mesi di vita. Ritornare nella mia casa con mio marito e mio figlio, mangiare seduta e con il piatto sul tavolo, accendere lo stereo, ballare senza senso e con le lacrime agli occhi. Ballare senza senso tra le tue cose, accarezzarle, cantare a squarciagola, lambire i tuoi capelli lunghi e biondi sapendo che tra poco sarai calva, senza peli dappertutto. Guardarti allo specchio e sfiorarti lo spirito con un dito. Questa è la felicità, questa è la contentezza. Godere di essere al mondo. Per quella sera la persona più importante ero io. E basta. Apro gli occhi, albeggiava, sentivo mio marito vicino e per fortuna mio figlio era a Padova. Quella mattina ci sarebbe stata la riunione collegiale tra chirurghi, dottori, oncologi. Mi sono preparata, non avevo paura, non sapevo cosa mi aspettava. Arriviamo in Ospedale io e mio marito, e trovo già seduti con le spalle ricurve mio fratello, mia sorella e mio cognato. Guardo i loro visi, i loro occhi. Ascolto il silenzio che c’era tra noi, ascolto la disperazione che ci avvolge e si attorciglia dentro quella quiete che prelude la tempesta. Vediamo che tutti i dottori, primari, arrivano. Ci salutano e ci invitano ad entrare in uno studio. Era già tutto pronto. computer, slide, relazioni, spiegazione dell’operazione. Ma tutti avevano una faccia seria, troppo seria davanti a chi sta porgendo loro la propria vita. E dopo ho capito che era proprio per quello. La mia vita non si sapeva se si sarebbe salvata, un’operazione molto problematica. E con aria pragmatica tutti quei camici bianchi hanno incominciato ad illustrare con gli slide accompagnate dalla descrizione di una carissima Dott.ssa, la mia situazione molto grave. Sono rimasta muta per tutta l’ora della riunione, devo solo aver detto che io la broncoscopia non l’avrei mai più fatta, mio fratello ha chiesto se tutto questo poteva essere dovuta allo stress, ma il Primario di chirurgia con una cattiveria che poi si è rivelata solo dolcezza, ha risposto: “Non se ne parla neppure”. Quello stesso Primario che poi quando sono stata ricoverata, mi veniva a baciare la fronte la mattina per il buongiorno, e veniva per il bacino della sera per salutarmi. Siamo usciti, dalla stanza della morte, e sempre in silenzio ci siamo guardati. Il dolore era troppo forte. Ci avevano rappresentato una situazione che aveva poche estremità per risolversi facilmente. Poche, e nel frattempo avevo 4 mesi e 27 giorni. Avevano deciso di fare un’operazione estremamente difficile: in una giornata via i tumori al polmone e mastectomia del seno. Un’operazione da quattordici, sedici ore. Un’operazione in cui dovevo rimanere viva. Ci siamo guardati io, mio marito, i miei fratelli e mio cognato. Le voci non servivano, non avevano senso, le lacrime non scendevano.  Sentivo solo una cappa, un’oppressione, come un tabarro di morte che girava attorno a me. Il giorno dopo sarebbero iniziate tutte le analisi, gli accertamenti, le prove di anestesia, sarebbe iniziata la mia lotta contro quei fottutissimi bastardi che con un orologio in mano mi stavano contando i giorni e le ore. Quattro mesi, 27 giorni e poche ore. Siamo tornati a casa, e questo lo dovrò sempre a mio marito e a mio figlio, abbiamo trovato le parole per ridere, per non pensare, per rinviare tutto quello a cui andavamo incontro. Siamo andati a fare la spesa e abbiamo comprato di tutto. Avete presente una spesa convulsiva? Ecco quella cosa che abbatte i freni inibitori, e ti rende tutto accessibile perché diventi re della tua vita? Pensate ad una cosa, ed era nel nostro carrello. Giravamo nelle corsie come i bambini che per la prima volta possono comprare tutte le schifezze che comunque sono di un buono pazzesco. Vado a dormire e mi sveglio dopo una cena di oscenità e sento l’orologio meccanico dentro di me. Quattro mesi e 26 giorni. Dopo poco, già mi trovavo nell’ambulatorio dell’aiuto Primario insieme a mia sorella. Aveva lo sguardo serio, mi ha fatto accomodare e mi ha raccontato la mia operazione e quello che poteva succedere. Mi è scesa una lacrima e lui mi ha risposto:” Sensibile signora?” Io in silenzio l’ho ingoiata e ho continuato ad ascoltare mentre ero già in un altro tempo, in un altro pianeta. Pensavo alla mia Scuola, sì alla mia Scuola, ai miei allievi, al mio progetto che non avrei mai potuto fare, a tutta la gioia che ci avevo messo per portarlo a termine. E avevo vinto, ma adesso la mia vittoria era di altre persone, di altre sensibilità, di altre impressionabilità. Non era più mio, non era mio più nulla. Avevo solo un corpo che mi dava quattro mesi, ventisei giorni e poche ore.

Continua…

Il testo di Claudia Pepe è stato preso da:

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MI CHIAMO CLAUDIA, SONO UN’INSEGNANTE ED HO UN CANCRO. 2^ PARTE

Continuo la mia narrazione, la mia storia, il mio percorso, prima di tutto per me, ma subito dopo per voi. Dovete essere consapevoli che la vita deve essere vissuta sbranandola, azzannandola, divorandola. Perché oggi respiri, sorridi, progetti, sogni. E tutto ciò si può dissolvere in una telefonata. E dopo quella telefonata l’aria diventa rarefatta come se tu fossi a 6000 metri di altezza. Vedi il panorama del mondo, ma non riesci a respirare.  Il mio amato Primario di Medicina nucleare mi aveva trovato un altro cancro. A sintomatico, nessun disturbo, nessun dimagrimento, analisi perfette. Ho posato il telefono, ero sola in casa e sono rimasta in silenzio. Non una lacrima, non una parola, non un grido. Solo il mio cuore che sentivo nelle mani, negli occhi. Lo vedevo posato su quel tavolo della cucina, che sussultava senza far rumore, sanguinava senza sporcare. Non so quanto tempo è passato prima di telefonare a mio marito, e ai miei fratelli.

Fratelli che mi sono stati sempre vicino. Soprattutto mia sorella Anna che ogni giorno: mattina, pomeriggio e sera mi è stata vicina come se quello che stava succedendo a me le stesse vivendo lei. Mai potrò ricompensarla di quello che ha fatto, mai potrò dirle quanto è stato importante per me vederla ad attendermi nelle sale d’aspetto di decine di ambulatori. Mai le sarò abbastanza grata di avermi aspettarmi china nelle spalle su delle sedie consunte da altre lacrime che avevano già provato quel dolore. Quel dolore che ti si impossessa come una marea che trascina sempre più lontano dalla spiaggia. E così anche mio marito, che nella sua silenziosa sofferenza mi ha aiutato ad essere forte, mi ha aiutato con la sua allegria. Ma poi un giorno uscendo l’ho visto. Piangeva come un pazzo chiuso in macchina, sbatteva i pugni per la disperazione e per la cattiveria che il destino aveva disegnato. Era un disegno che ci spiegava perché non saremmo mai stati felici. Era morto da 4 anni mio figlio Tommaso e non voglio neanche descrivere quello che si prova. È una disgrazia strana: più passa il tempo e più il dolore aumenta. Anche adesso non riusciamo a parlare più di tanto di lui. Le fitte, quelle che ti entrano nel costato, la salita al Golgota, le frustrate che senti sulla pelle, l’aceto che bevi ogni giorno, diventa il tuo pane quotidiano. Ingoi lacrime e sai che nessuno potrà farti rivivere quei giorni felici, le sue risate. Vedi il suo letto vuoto, il suo violino, i suoi abiti che vai ad annusare ogni giorno come se lo potessi ritrovare nel respiro, in un soffio, in un sospiro. Ma dovevo dire che avevo un altro cancro, e non solo a lui ma anche all’altro mio figlio. Mio figlio a cui l’esistenza gli ha fatto provare tutti i mali del mondo. Gli telefono, parlo e sento silenzio. Poi le urla si sono confuse come latrati di un cane ferito e abbandonato. Mio figlio, invece, si è messo a ridere: ”Dai mamma, e adesso dove te lo trovano?’”. Era la sua difesa anche se dentro di lui qualcosa stava morendo: la speranza, la speranza di trovarmi viva quando avesse aperto la porta di casa. Squilla il telefono, guardo il display. Iniziava con il 7. Questa volta l’ho preso con rabbia, con stizza. Ero pronta a tutto. “Pronto parlo con la Sig.ra Pepe?”, “Sì sono io”, “Sono la Dott.ssa…, abbiamo trovato con la PET qualcosa di molto sospetto”. Ho capito dopo un po’ che quando ti dicono “Molto sospetto”, stai tranquilla che hai il cancro e se tutto va bene non ti hanno trovato metastasi in giro. “Signora la aspetto oggi alle 17 per ago aspirato e biopsia”. “Va bene” rispondo io, e metto giù il telefono. Vado alle 17 e giuro, mentre mi facevano di tutto non ho provato un briciolo di dolore. Io ero nelle vette delle montagne più belle dove senti l’amore dentro di te, e la fame d’aria che ormai era mia compagna di viaggio, mi allargava la bellezza del mondo, il calore delle piccole cose, la gratitudine e l’obbligo a sfamarmi di tenerezza. Finito l’esame mi hanno detto che mi facevano sapere e sono ritornata a casa. È difficile aprire la porta di casa svestirsi dei cancri che hai dentro il corpo, e rivestirsi di serenità, di calma e tranquillità. Sì perché il cancro non ti prende solo gli organi, ma soprattutto la testa. È subdolo, sleale, ipocrita, ingannatore, viscido, ti sta uccidendo ma te lo dice all’ultimo momento. Passiamo un’altra serata tra telefonate dei pochi parenti che ho, ma non mi azzardo a dire nulla a mia mamma. Mia mamma una donna eccezionale morta il 6 aprile ha avuto sempre una predilezione per me: dovevo telefonarle ogni giorno almeno tre volte. La prima telefonata alle 6,30 prima di andare a Scuola, quando uscivo alle 14 e poi verso le 16. Bene: sono riuscita a non farle sapere nulla. Non volevo che morisse prima di quello che è successo, non volevo mi vedesse calva, non volevo sapesse che mi dovevo fare un’operazione così impegnativa che sarebbe durata almeno dodici ore. E ce l’ho fatta. Mi svegliavo alle 6 e le dicevo che stavo andando a Scuola, alle 14 che avevo finito e alle 16 dicendole che ero tanto stanca. Ma le mamme annusano. Annusano il tono della voce, l’intensità, l’altezza. Aveva capito che avevo qualcosa e chiedeva a tutti. Lei sapeva già. Ma non mi ha mai vista con drenaggi, flebo dappertutto, la disperazione delle chemio e le sentenze dei medici. È morta subito dopo la mia operazione, mi ha accompagnato finché è riuscita, poi mi ha lasciata sola. E ora mi mancano la sua voce, le sue telefonate, la sua sordità, il suo incessante sapere come stavo. Ma io non faccio mai le cose semplici. Io non ho un tumore, ne ho tre. Mia mamma non muore prima o dopo la mia malattia, ma durante.

Squilla il telefono non vi dico più con cosa iniziava, alzo la cornetta e sento:” Buongiorno Claudia”, “Buongiorno Dott.ssa, scommetto che delle cose belle da dirmi”. “No Claudia, purtroppo il sospetto era reale dobbiamo operarla subito e toglierle tutto”, “Come tutto?” “Sì perché il suo cancro è infiltrante e non possiamo rischiare. Le saprò dire tutto alla riunione collegiale che faremo con i chirurghi, gli oncologi domani alle 11 in Ospedale. Le illustreremo come vogliamo agire in concomitanza con i polmoni”. Giusto, il polmone era il più pericoloso, rischioso e critico. Il mio polmone che aveva un adenocarcinoma bastardo, posizionato vicino al cuore e bastardissimo. Avevo due bastardi nel corpo, e non sentivo nulla. Vedevo solo il mio cuore sanguinare sul tavolo senza sporcare nulla. In silenzio batteva. Allora l’ho preso e l’ho conficcato dentro di me. Perché adesso doveva starmi accanto. Per non morire. E per non morire avevo cinque mesi di vita. Continua…

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Prendi un foglio e 2 matite

Porta un foglio bianco e due matite e scriviamola insieme una poesia
Scriviamo di come ci scalda il sole dentro il cuore quando camminiamo per mano
Scriviamo quanto profumano i tigli del giardino quando li guardiamo in due
Scriviamo e limiamo, lisciamo e grattiamo bene, 
perché vicino l’osso la parola si fa essenziale e scarna di appendici mostra la realtà e la sua bellezza
Scriviamo in due e correggiamo, scorriamo nella memoria ad immaginare domani
Scriviamo di come ci si sente a girare di notte in una Roma assonnata e un po’ mignotta
Che strizza l’occhio dal lungotevere per farci sentire il fresco del fiume
E non dice niente a due innamorati che dalla terrazza del Gianicolo si giurano amore eterno
Sotto l’occhio complice del Garibaldi a cavallo.
Scriviamola insieme una poesia leggera che sembri brezza ma che non duri solo qualche ora
Scriviamo e cancelliamo con il tratto, e poi di nuovo scriviamo della spiaggia in autunno
Del vento che ti sferza il viso e ti porta il sapore del mare sulle labbra umide,
dei piedi nudi e delle scarpe in mano a camminar la sabbia fredda mentre un bacio ci scalda il cuore
Scriviamo senza paura, anche di getto senza pensarci e mettiamo un punto 
e sotto ricominciamo a scrivere come se fosse un’altra storia, 
come se da quel punto all’improvviso s’aprisse un vuoto tutto colmo di notti
e dell’ aspettar il sonno, guardando la luna che ti si specchia negli occhi, invidiosa.
E delle albe e dei giorni che saranno a cercarsi ancora.
Prendi un foglio e due matite e scriviamolo insieme dell’amore.

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MI CHIAMO CLAUDIA, SONO UN’INSEGNANTE E HO IL CANCRO

Era il 5 dicembre 2017. Quando dicono che a Scuola il sostegno è sempre più duro è vero, che non ci sono insegnanti specializzati è vero, che in una classe ci sono troppi ragazzi da seguire è vero, che le strutture, gli spazi e i materiali non sono sufficienti è vero. È tutto vero. Ma nel mio caso il sostegno mi ha salvato la vita. Incomincio un racconto che non è una favola, anche perché il finale ancora non lo conosco. Incomincio un racconto che spero possa aiutare persone ammalate come me, incomincio questo racconto perché mi pulsa in un cuore che per fortuna ancora batte, sente, vibra, si agita, si rivolta davanti alle ingiustizie di un mondo che mi assomiglia tanto. Sì perché la mia malattia ti cambia dentro e fuori. Intimamente ti porta lontano dai piccoli malanni giornalieri, dalle ripicche inutili. Ti porta invece, ad avere sempre il tuo più bel sorriso da indossare, conosci per la prima volta la gentilezza, la cordialità, gli abbracci, le lacrime, quelle lacrime che ti scaldano il viso riempiendoti la bocca di quell’amore che non avevi mai provato.

Era il 5 dicembre 2017 e da un po’ di mesi mi sentivo molto stanca. Quando mi svegliavo alle cinque del mattino per prepararmi non riuscivo ad essere felice di andare a scuola come è sempre successo dal 1 settembre 1981. Stanca, arrivavo stanca a scuola e sapevo che dovevo passare la mattina soprattutto con una ragazzina Sinti con una disabilità gravissima, oppositiva, contrastiva, aggressiva. Una ragazzina che non riusciva a parlare, ma solo urlare, sputare, prendere a botte, calpestarti se non in certi giorni in cui organizzavo lavori a casa che andavano distrutti dopo due minuti a scuola. Era il 5 dicembre la mia ragazzina alta 1,75 per 90 kg contro me che allora pesavo 48 kg. Lo scontro mi vedeva sempre stesa a terra e guai se le facevo vedere che stavo male. Poteva prendere tutto per gioco e per cui continuare sempre più pesantemente. Io che avevo passato l’anno prima tra musica e sostegno, facendo spettacoli meravigliosi, vincendo concorsi per gruppi musicali, suonando in tutte le occasioni. Ballando, cantando, suonando, coinvolgendo, andando in ospedale in neuro pediatria a fare la volontaria. Un periodo che nella mia vita ricorderò sempre. Avevo fatto diventare la musica la materia preferita della mia bellissima scuola. Una scuola che mi ha sempre coccolata, supportata, colleghi stupendi, una segreteria che mi ha sempre telefonata durante la mia degenza in Ospedale, un DSGA e una DS che auguro a tutti gli insegnanti del mondo.

Era il 5 dicembre poco prima della campanella finale, che la mia ragazzina per ridere e sicuramente inconsapevolmente, forse per giocare, ha pensato di prendere la rincorsa e abbattersi sopra di me. Sono finita sullo spigolo del nostro tavolo di lavoro, ma non ho sentito dolore. Solo dopo che lei ha continuato, e le mie lacrime scendevano perché non sapevo come fermarla, ho incominciato a sentire dei dolori nella parte bassa della schiena. Per inciso, la mia Scuola ha fatto di tutto per supportarmi: con OOSS, altri insegnanti levandomi sorveglianze, tutto quello che potevano fare per aiutarmi l’hanno fatto. La campanella ha suonato, ho preso le mie cose, con la disperazione che stava possedendo il mio corpo, sono andata a prendere il tram. Sono arrivata a casa e mi sono stesa a letto, pensando che fare l’insegnante di sostegno non era per me. Io sognavo i miei ragazzi, le mie lezioni, le nostre coreografie, i nostri progetti. Avevo appena vinto un Progetto PON che coinvolgeva i ragazzi disagiati in un insieme che ci vedeva protagonisti di uno spettacolo che trasversalmente coinvolgeva teatro, musica, italiano, matematica e non vedevo l’ora di incominciarlo. Tutti i ragazzi venivano da me e chiedevano:” Prof, quando iniziamo?”. “Presto” rispondevo io. Quel progetto non l’ho mai fatto perché quel 5 dicembre dopo essere arrivata a casa il dolore ha incominciato ad acuirsi. Alle 18 è arrivato mio marito e mi ha portato immediatamente al Pronto Soccorso. Radiografie. Non venivano più fuori. Davano la risposta a tutti ma a me no. Dopo una buona mezz’ora mi hanno dato il referto in mano. L’ho letto. Frattura di una costola sacrale. Poi uno spazio vuoto e due parole che mi hanno gelato il sangue. “Nodulo al polmone destro”. Non si può capire se non lo si ha provato, cosa succede nella nostra mente, quando leggi “Nodulo”. Può essere tutto o nulla. Ma io sentivo già che era tutto. Subito analisi del sangue che sono risultate perfette, visita dallo specialista e decisione di fare una TAC con contrasto. Era il 5 dicembre, siamo tornati a casa e bevendo una tazza di thè, io e mio marito ci siamo messi a ridere. “Ci mancherebbe anche questo” abbiamo detto. Mi danno l’appuntamento per la TAC il 19 dicembre. Naturalmente nel frattempo avevo letto tutto quello che potevo leggere su Internet. Mai farlo. Il 25 dicembre a mezzogiorno mi chiamano da quei numeri che ormai riconosco subito. O iniziano con il 7, oppure appare numero sconosciuto. C’era la pasta ripiena in forno, l’agnello e patate al forno come nelle radici calabresi. Rispondo. Sento una voce che mi dice di andare di corsa in Ospedale. Due tumori maligni nello stesso lobo e anche molto bastardi. Non ho capito più nulla, non sentivo odori, non sentivo le voci gioiose di mio figlio e mio marito. Non ero già più di questo mondo. Ero già entrata in quel tunnel dove la luce si vede solo dai vari tubi dove ti introducono per capire quanta vita ti rimane. Quanta vita ti rimane è quello che delle cellule impazzite decidono, la vita che ti rimane è quella che riesci a respirare, la vita che ti rimane la vedi riflessa negli occhi di tuo figlio che piangendo implora suo fratello morto 4 anni prima, di salvarmi. Siamo soli davanti alla morte, simo soli davanti alla vita che ti concedono e non siamo illuminati da un raggio di sole. Il sole non lo vedi più, l’Ospedale diventa la tua casa, i Dottori e gli infermieri ti portano a fare la PET, la biopsia polmonare, analisi. Ti conoscono più di quanto non hai mai capito tu. Arriva una telefonata incominciava con il 7. Tranquilla e fai un bel respiro Claudia, andrà tutto bene. Un Primario che ringrazierò a vita, mi comunica che avevano trovato un altro cancro. Ormai sono sotto scacco, la mia mammella è invasa. Chiudo il telefono e non piango. Devo reagire per me, ma soprattutto per gli occhi di mio figlio. Mi viene in mente una poesia di Alda Merini “Ma cosa sei tu in sostanza? Qualcosa che lacrima a volte, e a volte dà luce” Quel giorno ho deciso di dare luce.
Continua…

Il testo di Claudia Pepe è stato preso da:

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Perdersi per trovarla.

Si era perso, ormai l’aveva capito, a furia di farsi incantare da quei vicoli, di correre dietro a quelle finestre ornate di fiori colorati, a guardare quelle scalette che portavano a strette porte fresche di vernice, si era perso e non aveva idea di dove fosse. Il bianco di quelle stradine, interrotto da qualche casa in pietre naturali, le penombre di certi archi e di stretti passaggi l’avevano stordito con la loro bellezza e frastornato con quel caldo reso accecante da tutto quel candore, così ora vagava lento, posando lo sguardo su un davanzale ornato da gerani rosa, poi su un balcone da cui scendevano immobili cascate di fiori gialli. Nell’aria calda del pomeriggio l’odore di soffritto e di pesce cucinato si confondeva col profumo dei fiori e con quello del mare.
Su una targa qualcuno aveva scritto “Nella vita niente deve essere temuto ma solo capito” lui sorrise lento, come lento era ormai il ritmo di quella passeggiata. Girò a destra, poi un tratto dritto e poi a sinistra, un corto vicolo ancora e i chiaroscuri del vicolo esplosero di luce sbucando improvvisamente in una piazza. Una chiesa da un lato, un paio di negozi e il bar con i suoi ombrelloni aperti a riparare i pochi clienti dal sole caldissimo.
Fu lì che la vide, seduta con le gambe accavallate che l’ampio abito bianco lasciava abbondantemente scoperte. Tirava su pigramente con la cannuccia da un alto bicchiere, la testa verso la chiesa, un paio di grandi occhiali scuri che le nascondevano lo sguardo. Ai polsi fini braccialetti d’oro, un paio di anelli alle dita, nessuna fede o prezioso solitario, un lungo filo di perle girato due volte intorno al suo collo e ai piedi un paio di alti sandali bianchi che ne mostravano i piedi nudi.
Senti fermarsi ancor di più l’aria, si avvicinò deciso, come se avesse da sempre avuto appuntamento lì in quel momento esatto e si sedette di fronte a lei.
Lei posò il bicchiere e lo guardò senza dire niente, gelida dietro gli occhiali scuri, lui la guardò fisso e per niente intimorito.
“Questo posto è mio da sempre. Da quando 4 anni fa lasciai il mio lavoro di cuoco a Milano per lavorare in una base scientifica al polo sud, tra scienziati e medici, meteorologi e tecnici. Cucino per loro sei volte al giorno, cerco di metterci la stessa cura che avevo nei ristoranti dove ho lavorato, una volta l’anno vengo qui a Polignano e faccio il pieno di sole”. Aveva parlato di getto, senza curarsi della sua freddezza. “Interessante e perché me ne dovrei curare io?”, 
“perché in mezzo a tutta questa bellezza c’è una cosa che le sovrasta tutte, che le riduce a normalità, le fa divenire quasi banali”. 
Lei si drizzò sulla sedia per avvicinarsi improvvisamente incuriosita, poggiò il bicchiere sul tavolo e si tenne le mani nelle mani con le mani, lui sorrise, “c’è qualcosa su cui ho posato lo sguardo appena sbucato in questa piazza, di una bellezza ancor più accecante, più calda e solare di questo posto e sei tu. Sei la cosa più bella su cui abbia mai poggiato lo sguardo in vita mia ed è la prima volta che lo dico”
Lei sorrise, guardò il bicchiere e tirò un sospiro, il cameriere di avvicinò chiedendogli che cosa desiderasse.
“Niente grazie, oggi sto bene così”

Scritto da me foto dal web Elsa Martinelli al Lido di Venezia.

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A mio figlio per il suo compleanno

Si nasce una volta sola, 
si rinasce tutte le volte che vogliamo, possiamo rinascere in ogni istante “honnin-myo” come ti dico sempre e in ogni istante possiamo determinare di inseguire il nostro sogno, di mettere la nostra determinazione in quello che facciamo e vincere.
Sei nato per un pelo sotto il segno del leone ma va bene così e ti chiami Valerio che viene dal romano valere che significa essere forte, essere vigoroso significa stare bene. 
Hai tutto e non devi cercare nulla fuori che non sia già dentro di te, rimboccati le maniche e prendi la vita nelle tue sole mani senza lasciare ad altri questo compito, sfidati ogni giorno per raggiungere i tuoi obiettivi.
Diventa un rivoluzionario in questo mondo di sogni piccoli piccoli e ricerca la tua felicità perfetta, quella duratura, non fatta di piccoli momenti effimeri, ma quella che alberga stabile nel tuo cuore.
Amati come solo tu potrai mai fare nella tua vita e scaccia chi non si ama perché non sarà mai in grado di amare gli altri, apriti al mondo e sentirai il mondo entrare nella tua vita e la sua forza nutrire i tuoi muscoli.
Vai nel mondo Valerio e non importa se vinci o perdi, è nella lotta il sale della vita. Chi rinuncia ha perso già in partenza.

“Quando soffri può sembrarti che questa sofferenza duri per sempre. Ma, sii certo, non sarà così. L’inverno si trasforma sempre in primavera. Nessun inverno dura per sempre. Daisaku Ikeda

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Se dice no vuol dire no!

“Bisogna vedere anche cosa succede quando la persona che dice si al momento poi afferma di aver detto no!”
“Arriveremo che non lo deve dire… ma scrivere con atto notorio e marca da bollo!”
“prima di andare a letto si va dal notaio per certificare la volontà, ma se nel tragitto dallo studio notarile alla propria abitazione si cambia idea che succede?”
“Se dice ni? Occorre interpellare un avvocato. Subito. “
“… bisognerebbe prima del momento sessuale videoregistrare o firmare un contratto sessuale, meglio se esplicitando gli atti e le posizioni da eseguire…”

Questi virgolettati sono alcuni dei commenti apparsi sotto un post di una mia cara amica dove riportava la notizia che anche in Spagna è stata promulgata una legge che stabilisce essere necessario un consenso esplicito per avere un rapporto sessuale, dove per rapporto si intende qualsiasi atto di natura sessuale.
Io credo che non ce la possiamo fare, perché questi sono alcuni, ma migliaia di questi post compaiono sempre e ovunque si parli di molestia. Poi certo tutti a stigmatizzare situazioni moleste o a condannare la violenza dello stupro, ma ce ne fosse uno che scrivesse ‘meno male che qualcuno ha messo un punto’.
Che qualcuno ha stabilito che o ti dice di si o la stai violentando!
Che qualcuno ha sancito una volta per tutte che se lei accetta una pizza, un aperitivo, un caffè non necessariamente sottintende che te la darà.
Che qualcuno ha scritto che se la palpeggi, la strusci, la stringi e non ti ha precedentemente detto si, le stai facendo violenza.
Non è difficile capire se una donna prova simpatia, interesse, attrazione, se vuole limitarsi all’amicizia o è disposta ad andare oltre. Perciò queste scuse, queste facili ironie su una legge per me sacrosanta, sono solo l’ennesimo tentativo di un sistema patriarcale e maschilista di buttare la palla in tribuna.
E non mi venite a dire che sta nel gioco dei ruoli una certa spavalderia, strafottenza, un maschio approccio alla conquista (ora vomito!) perché perpetrate solo una supremazia sessista che spesso a chi ne è oggetto, porta fastidio e imbarazzo.
Io spero che presto anche in Italia si possa avere una legge così.

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Sulla strada…

Lo capisco subito che non si fermerà allo stop, quei fari avanzano troppo veloci e costanti, penso che devo restare vigile, essere preparato il più possibile, che stavolta rischio di non raccontarla e mi voglio ricordare tutto, fino all’ultimo secondo.
Poi quei fari mi sono addosso, sento il botto, lo schianto, il boato, la lamiera ferita contorcersi sforzandosi di resistere, sento l’odore della polvere nera che fa esplodere gli airbag e la sensazione di volare con la macchina che scivola sulla strada. Un mezzo giro leggero come un minuetto mentre un dolore improvviso e lancinante mi blocca il petto, mi toglie il fiato.
Poi in un attimo solo il silenzio, le grida di Margherita dietro, sbatacchiata sul divano posteriore, la preoccupazione di mia sorella che chiede se ci siamo fatti male.
Ma io non riesco a rispondere, nelle orecchie il fischio dell’airbag, il petto ancora immobile e questo dolore che non conosco.
Mi piego sul sedile, cerco di respirare, mi porto le mani al petto ma il braccio destro mi fa male, cerco di tirarmi su, mi riprendo, non posso uscire perché il mio sportello è entrato di una ventina di centimetri nell’abitacolo, a fatica scavalco ed esco dal sedile del guidatore, sono piegato in due, cerco di tirarmi su.
L’altro autista si è precipitato fuori a vedere se qualcuno si è fatto male, mia sorella mantiene il sangue freddo e capisce che doloranti ma stiamo tutti bene, un signore coi capelli grigi fermo allo stop con un vecchio pandino ha visto tutto, scende per soccorrerci. Si informa di come sto, torno a respirare regolarmente e mi rendo conto che lo sportello mi ha schiacciato il braccio contro il petto, ho dolore ma sto bene, stavolta sono vivo.
Questo non è un racconto inventato, questo è quello che è successo mercoledì 4 luglio alle 23.20, quando ad Albano, un signore con il figlio in macchina ha pensato di non fermarsi allo stop e ci ha preso in pieno, me, mia sorella e mia nipote.
Lui ha continuato a scusarsi e a dire che per fortuna è andata bene, finché alla fine non lo fermato in malo modo.
Quello che vorrei dire a tutti è quello che ho detto a lui, in macchina può accadere di tutto, nello spazio di un secondo decidi di tirare dritto allo stop e quel secondo ti può pesare come un macigno se ammazzi qualcuno, se lo costringi tutta la vita su una sedia a rotelle o con un arto artificiale. In macchina i tempi di reazione sono di frazioni di secondo, più vai veloce, meno rispetti le regole più si accorciano quei tempi di reazione.
Ecco vale la pena ignorare lo stop per arrivare a casa due o tre minuti prima?

Ricordiamoci che quando lo facciamo ci stiamo giocando il futuro.

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Dell’inutilità della pena.

Ieri il Presidente Conte nel suo discorso al Senato ha parlato di inasprimento di pene per i reati contro le donne ed è stato l’unico passaggio sul tema della parità di genere di un governo in cui sono scomparse la pari opportunità.
Poi i five stars ci criticano se diciamo che questo è un governo di destra, si perché anche sul tema della giustizia denunciano tutta la loro dipendenza da una visione repressiva e castigatoria che parla alla pancia della gente, del popolino, infatti si vantano di essere populisti, non popolari (bravo Martina, applausi)
Perché il cambiamento sarebbe reale se Conte avesse proposto una legge come quella che il 1 luglio sarà in vigore in Svezia, dove il confine tra molestia e stupro viene abolito e diventa violenza qualunque atto non esplicitamente approvato dalla donna, dove se non sei sicuro ti fermi, non vai avanti e ci provi, come nell’italica maschia convinzione si fa.
Perché non sarebbe solo una legge, ma un cambiamento culturale, una svolta sociale che darebbe un segnale a tutti,così come quando in Svezia furono proibite per legge le punizioni corporali sui bambini e cambio il modo di vedere il rapporto educatore ed educato.
Ma è più facile promettere l’inasprimento delle pene, come se servisse da deterrente il sapere che invece di 5 anni te ne fai 10 per evitare di molestare, stuprare o tagliare qualche gola di ex moglie o ex fidanzata.
Ma qui da noi è così e niente cambia anche se tutto sembra cambiare e d’altra parte con quell’inquisitore di Santa Romana Chiesa, quel Torquemada del Ministro Fontana, che svolta progressista vuoi dare, allora meglio agitare manette e cappi nel puro stile leghista, minacciare i ceppi e la gogna, i lavori forzati e la castrazione chimica, che tanto poi a processo, tra la vergogna delle vittime e la tracotante indecente sfrontatezza dei carnefici, una scappatoia, uno sconto di pena, un non luogo a procedere ci sta sempre.
Ecco non è che si è di destra o sinistra per diritto di nascita, si è per le politiche che si fanno, per le parole che si spendono, per come di fronte ad un fenomeno, la violenza di genere, si cerca una risposta.
Hasta la victoria compagni!

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Coincidenze.

Era impossibile scorgerla e riconoscerla nel fiume di gente che scendeva dal treno, così si ritirò un po’ in disparte, appoggiato ad una colonna che sorreggeva la pensilina della stazione e aspettò.
Aspettò che il fiume di persone scemasse lentamente passandogli accanto indifferente, aspettò che rimanessero i pochi ritardatari, aspettò che alla fine restasse solo lei e la scorse vicino alla porta della sua carrozza, il cuore gli rimbombò per l’emozione e lui, lentamente, con quel tamburo nel petto si scostò dal suo angolo e le si fece incontro, lei stette un attimo incerta poi sorrise decisa, uno di quei sorrisi sinceri e dal cuore come solo le donne sanno fare e che fanno solo per qualcuno che lo sa leggere.
Uno di quei sorrisi ampi che mostrano i denti e stringono gli occhi, si ritrovarono così uno di fronte l’altra, si guardarono senza salutarsi, ne ce n’era bisogno e se lo erano ripromessi.
Non parleremo si dissero, ascolteremo le nostre vite parlarsi silenziose, i nostri silenzi diranno per noi senza bisogno di parole. Si presero la mano, con leggerezza, senza tirarsi l’uno verso l’altra, guardandosi dritti negli occhi, con gli sguardi dentro quegli specchi profondi e si videro.
Videro le cicatrici chiuse dal tempo e le ferite ancora fresche, videro gli strappi e gli abbandoni, i giorni di sole e le notti di vento, le tempeste e la calma di certe mattine estive, con l’aria immobile e il sole ancora tiepido, videro le traversate e le rade ancora non toccate dal loro navigare in quella vita, incrociarono gli sguardi sugli amori sfioriti dall’orgoglio e dalla rabbia, o solo dalla noia, su quelli riposti giovani dentro un cassetto e dimenticati nel tempo come fossero mai nati.
Si persero dentro quei loro giardini nascosti agli sguardi e curati ogni giorno come quelli del Sovrano Celeste, aperti solo per quella piccola notte, lunga quanto una coincidenza ferroviaria.
Poi l’altoparlante annunciò il suo treno, si ripresero gli sguardi e si misero a camminare affiancati a testa bassa, col pudore di quell’essersi esposti, raccontati, mostrati, camminarono lenti guardandosi i piedi, tenendosi sempre per mano fino al binario.
Lei salì il gradino della carrozza senza lasciarlo, lui si portò due dita alle labbra umide e le baciò, poi così tocco le sue, negli occhi la gioia di quell’incontro proruppe in un mare agitato e una lacrima gli rigò il volto.
Lei strinse la sua mano e salì gli altri gradini, si tennero finché poterono poi si sciolsero lenti.
La porta si chiuse e il treno si mosse lento, portandola via.

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