Coincidenze.

Era impossibile scorgerla e riconoscerla nel fiume di gente che scendeva dal treno, così si ritirò un po’ in disparte, appoggiato ad una colonna che sorreggeva la pensilina della stazione e aspettò.
Aspettò che il fiume di persone scemasse lentamente passandogli accanto indifferente, aspettò che rimanessero i pochi ritardatari, aspettò che alla fine restasse solo lei e la scorse vicino alla porta della sua carrozza, il cuore gli rimbombò per l’emozione e lui, lentamente, con quel tamburo nel petto si scostò dal suo angolo e le si fece incontro, lei stette un attimo incerta poi sorrise decisa, uno di quei sorrisi sinceri e dal cuore come solo le donne sanno fare e che fanno solo per qualcuno che lo sa leggere.
Uno di quei sorrisi ampi che mostrano i denti e stringono gli occhi, si ritrovarono così uno di fronte l’altra, si guardarono senza salutarsi, ne ce n’era bisogno e se lo erano ripromessi.
Non parleremo si dissero, ascolteremo le nostre vite parlarsi silenziose, i nostri silenzi diranno per noi senza bisogno di parole. Si presero la mano, con leggerezza, senza tirarsi l’uno verso l’altra, guardandosi dritti negli occhi, con gli sguardi dentro quegli specchi profondi e si videro.
Videro le cicatrici chiuse dal tempo e le ferite ancora fresche, videro gli strappi e gli abbandoni, i giorni di sole e le notti di vento, le tempeste e la calma di certe mattine estive, con l’aria immobile e il sole ancora tiepido, videro le traversate e le rade ancora non toccate dal loro navigare in quella vita, incrociarono gli sguardi sugli amori sfioriti dall’orgoglio e dalla rabbia, o solo dalla noia, su quelli riposti giovani dentro un cassetto e dimenticati nel tempo come fossero mai nati.
Si persero dentro quei loro giardini nascosti agli sguardi e curati ogni giorno come quelli del Sovrano Celeste, aperti solo per quella piccola notte, lunga quanto una coincidenza ferroviaria.
Poi l’altoparlante annunciò il suo treno, si ripresero gli sguardi e si misero a camminare affiancati a testa bassa, col pudore di quell’essersi esposti, raccontati, mostrati, camminarono lenti guardandosi i piedi, tenendosi sempre per mano fino al binario.
Lei salì il gradino della carrozza senza lasciarlo, lui si portò due dita alle labbra umide e le baciò, poi così tocco le sue, negli occhi la gioia di quell’incontro proruppe in un mare agitato e una lacrima gli rigò il volto.
Lei strinse la sua mano e salì gli altri gradini, si tennero finché poterono poi si sciolsero lenti.
La porta si chiuse e il treno si mosse lento, portandola via.

Questa voce è stata pubblicata in Racconti. Contrassegna il permalink.