
Si era perso, ormai l’aveva capito, a furia di farsi incantare da quei vicoli, di correre dietro a quelle finestre ornate di fiori colorati, a guardare quelle scalette che portavano a strette porte fresche di vernice, si era perso e non aveva idea di dove fosse. Il bianco di quelle stradine, interrotto da qualche casa in pietre naturali, le penombre di certi archi e di stretti passaggi l’avevano stordito con la loro bellezza e frastornato con quel caldo reso accecante da tutto quel candore, così ora vagava lento, posando lo sguardo su un davanzale ornato da gerani rosa, poi su un balcone da cui scendevano immobili cascate di fiori gialli. Nell’aria calda del pomeriggio l’odore di soffritto e di pesce cucinato si confondeva col profumo dei fiori e con quello del mare.
Su una targa qualcuno aveva scritto “Nella vita niente deve essere temuto ma solo capito” lui sorrise lento, come lento era ormai il ritmo di quella passeggiata. Girò a destra, poi un tratto dritto e poi a sinistra, un corto vicolo ancora e i chiaroscuri del vicolo esplosero di luce sbucando improvvisamente in una piazza. Una chiesa da un lato, un paio di negozi e il bar con i suoi ombrelloni aperti a riparare i pochi clienti dal sole caldissimo.
Fu lì che la vide, seduta con le gambe accavallate che l’ampio abito bianco lasciava abbondantemente scoperte. Tirava su pigramente con la cannuccia da un alto bicchiere, la testa verso la chiesa, un paio di grandi occhiali scuri che le nascondevano lo sguardo. Ai polsi fini braccialetti d’oro, un paio di anelli alle dita, nessuna fede o prezioso solitario, un lungo filo di perle girato due volte intorno al suo collo e ai piedi un paio di alti sandali bianchi che ne mostravano i piedi nudi.
Senti fermarsi ancor di più l’aria, si avvicinò deciso, come se avesse da sempre avuto appuntamento lì in quel momento esatto e si sedette di fronte a lei.
Lei posò il bicchiere e lo guardò senza dire niente, gelida dietro gli occhiali scuri, lui la guardò fisso e per niente intimorito.
“Questo posto è mio da sempre. Da quando 4 anni fa lasciai il mio lavoro di cuoco a Milano per lavorare in una base scientifica al polo sud, tra scienziati e medici, meteorologi e tecnici. Cucino per loro sei volte al giorno, cerco di metterci la stessa cura che avevo nei ristoranti dove ho lavorato, una volta l’anno vengo qui a Polignano e faccio il pieno di sole”. Aveva parlato di getto, senza curarsi della sua freddezza. “Interessante e perché me ne dovrei curare io?”,
“perché in mezzo a tutta questa bellezza c’è una cosa che le sovrasta tutte, che le riduce a normalità, le fa divenire quasi banali”.
Lei si drizzò sulla sedia per avvicinarsi improvvisamente incuriosita, poggiò il bicchiere sul tavolo e si tenne le mani nelle mani con le mani, lui sorrise, “c’è qualcosa su cui ho posato lo sguardo appena sbucato in questa piazza, di una bellezza ancor più accecante, più calda e solare di questo posto e sei tu. Sei la cosa più bella su cui abbia mai poggiato lo sguardo in vita mia ed è la prima volta che lo dico”
Lei sorrise, guardò il bicchiere e tirò un sospiro, il cameriere di avvicinò chiedendogli che cosa desiderasse.
“Niente grazie, oggi sto bene così”
Scritto da me foto dal web Elsa Martinelli al Lido di Venezia.