Pasqua

Caro Gesù,
i sacerdoti dicono che domani torni tra noi, di nuovo come duemila anni fa, di nuovo come da duemila anni.
Io ci ho creduto a questa cosa qua, che ti eri fatto uomo e avevi portato quella croce per noi, che eri morto su quella croce per noi, che sempre per noi eri tornato ad annunciarci che ci sarà un regno per tutti noi.
Allora i cattivi eravamo noi, i romani, con le nostre milizie, i centurioni, le lance e gli scudi, quelli che governavano e alla fine, per ridurvi all’ordine, vi abbiamo anche distrutto il tempio.
Oggi io non lo so chi sono i cattivi, se sono quei poveretti che scappano dalle terre vicine alle tue e li lasciamo in mare, in balia dei libici che li tortureranno e li ammazzeranno, e se scamperanno alle torture moriranno tornando a casa loro. Non so se sono i tuoi fratelli della Palestina presi a fucilate dai tuoi fratelli ebrei e feriti a migliaia, qualcuno già morto, qualcun altro morirà per le ferite e gli altri che restano, si giocheranno la vita a dadi ogni giorno.
Non so se sono quei poveretti chiusi nei centri di accoglienza di tutta Europa, in attesa di un biglietto per tornare a casa, dove casa sono macerie e morte, fame e botte, anche lì una vita vissuta in bilico sul nulla.
Non so se i cattivi sono i tremila migranti morti in mare dall’inizio dell’anno o quelli che ogni giorno, a centinaia incrociamo nella nostra vita, con lo sguardo basso, i vestiti laceri, il puzzo di chi non ha un bagno per lavarsi.
Io non so se il cattivo sia Mohamed, il tunisino che raccoglie i carrelli all’Eurospin sotto casa, ma so che tutti i giorni mi viene incontro e mi chiama amico e mi abbraccia e quando gli chiedo come va, mi risponde sempre che va bene, va bene amico mi dice.
Ecco Gesù a me non sembra cattivo Mohamed, anche se nei suoi occhi non ci vedo la Pasqua ne il Natale, ma solo la tristezza della lontananza.
Scusa Gesù ma io a questa cosa qui non ci credo più, perché nessuno, neanche un dio può farsi carico della nostra stupidità.
E comunque Buona Pasqua Gesù, dovunque la passi quest’anno.

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Il genio.

Stazione di Maccarese,
Pomeriggio,
Leonardo entra in macchina, sportello posteriore destro
“Buonasera Sergio”
“Ciao Leonardo”
Valerio entra davanti lato destro
“Aho Vale’ tu’ padre s’è ricordato come mi chiamo”
Valerio mi guarda stupito mentre si siede
“Ammazza papà com’è che stavolta non l’hai chiamato Alfredo come l’ultima volta?”
“No, sai che c’è Vale’, è che ho cominciato a prendere delle pillole la mattina e la sera”
“Ma dai, e perchè?”
“Bho, non me lo ricordo!”
Risate scomposte.
L’auto riparte.

Ecco il genio a volte è questione di un attimo.

Auguri a tutti i papà e non gli rompete troppo le palle, fateli ridere, funziona meglio!

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Donne, grazie.

Oggi non è la festa della donna, oggi è la giornata internazionale della donna, che è un’altra cosa. Non vi faccio il pistolotto sulle origini e sul significato di questa festa, perché vorrei ringraziare tutte le donne che mi hanno insegnato qualcosa, a cominciare da mia madre, che ho conosciuto solo una sera di febbraio quando era stesa nel pronto soccorso dell’ospedale dopo essere caduta, e che quella sera, in mezzo a quei malati, a quegli infermieri, a quell’odore intenso di disinfettanti e medicine, ho visto in tutta la sua fragile durezza, in tutto il suo orgoglio spezzato dalla sua vita persa dietro un uomo che non l’amava più, quella sera ho preso la mano di quella donna che mi ha amato a modo suo, odiandomi perché maschio come mio padre e ho trovato la mia mamma. Vorrei ringraziare la donna che un giorno di 10 anni fa mi ha detto che se avevo il coraggio di saltare nel vuoto potevo imparare a volare, è stata ed è la mia più grande amica e la amo come fosse un’altra sorella. Vorrei ringraziare le donne che conosco e che lottano contro la malattia come Roberta, che tutte le mattine alle sette affronta il traffico, le buche, le incazzature e spesso torna 12 ore dopo a casa e la prima cosa che fa pensa alle figlie, a non fargli mancare nulla ma proprio nulla, e alla fine della giornata trova anche il tempo di chiedere lei a me come sto.
Voglio ringraziare le donne di cui mi sono innamorato in vita mia, tutte nessuna esclusa anche se pensano che sia uno stronzo, ma ognuna mi ha regalato un’emozione unica e da ognuna ho imparato qualcosa su di me e sulle donne e di questo vi sono grato, quell’amore non è stato mai vano anche se ora è chiuso nell’armadio delle cose che furono ed è conservato gelosamente.
Voglio ringraziare le donne che ogni giorno per lavorare, per essere indipendenti, per avere una vita loro, affrontano anche trasferte lunghissime in posti lontani, affrontano la solitudine e la durezza di una vita così per essere libere, per essere se stesse.
Voglio ringraziare tutte le maestre e tutte le professoresse come quelle che ogni giorno, nonostante tutto e nonostante tutti, regalano ai miei figli un pezzetto del loro sapere, li aiutano ogni giorno ad essere degli uomini migliori, ad essere persone e vi assicuro che loro si ricordano di voi, di tutte voi.
Vi ringrazierei una ad una donne se solo potessi e ne avessi l’occasione, per i vostri sorrisi e per le vostre sindromi premestruali, per la voglia di shopping del sabato o di un film strappalacrime con il pigiamone sul divano la sera mangiando patatine, per le storie che scrivete o le ricette che non vi vengono, per i panni stirati, le lavatrici fatte e quelle da fare, per le mille e mille cose che ora non mi vengono.
Perché essere uomo è facile, è una strada in pianura, essere donna è un sentiero di montagna, un’arrampicata in verticale a volte con una mano legata dietro la schiena.
Grazie Donne, di cuore.

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Giurare sulla Bibbia

Negano la solidarietà umana, negano l’uguaglianza tra le genti, negano i diritti uguali per tutti, poi giurano sui testi sacri. Ecco Salvini che giura sul Vangelo senza essere incenerito seduta stante da un fulmine divino, è la prova provata che anche Dio è girato dall’altra parte.

 

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Integrazione

Questa è dedicata al mio amico Giovanni Bertoldi che oggi vivrà un momento molto duro:
un comizio della Meloni sotto casa sua.
A me il verbo “integrare” da qualche tempo fa venire la pelle d’oca, mi drizza i peli sulla schiena e mi fa venire un prurito alle mani sempre più difficile da contenere.
Si perché spesso, troppo spesso il soggetto della frase è “questi”, allora sento l’embolo partire e metto mano alla 44 Magnum quella dell’ispettore Callaghan.
Perché inteso così il verbo perde il suo senso etimologico e si fa sinonimo di “conformare”, “omologare”.
Che cosa vuol dire “questi devono integrarsi alla nostra cultura,alle nostre tradizioni, alle nostre leggi”?
Nulla, proprio nulla, in qualunque nazione devi rispettare le leggi, non è un opzione, ma un obbligo. La cultura, le tradizioni, appartengono ai popoli, alle genti e fin da quando i Fenici 2100 anni prima di Cristo, presero a navigare il mediterraneo per commerciare, la cultura si è arricchita per contaminazione, non per integrazione. Lasciando che gli elementi dell’una e dell’altra si mescolassero divenendo una cosa nuova, né migliore né peggiore a volte, ma sicuramente nuova, diversa.
Così oggi la contaminazione culturale produce effetti insperati e meravigliosi, così come quando nel riso bollito si aggiunge un fiore di anice stellato, tre o quattro semi di cardamomo e una stecca di cannella, ottenendo un riso in bianco profumato e più appetitoso del riso bollito con un filo d’olio.
Ecco, così dovremmo pensare noi, non pretendere l’omologazione ad un’italica cultura che ormai sa di odio rancido e rancoroso, ma contaminarci a una visione nuova, più lucida e lungimirante.
Buona contaminazione fratelli.

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San Valentino ’18

Io quest’anno festeggio il San Valentino con loro due, perché capita di mercoledì e stavolta il fato è benevolo e mi premia così. E allora stamattina scrivo a loro i miei uomini, scrivo a loro innamoratevi sempre, innamoratevi tutti i giorni, tutte le ore, innamoratevi di un’idea, di un’utopia, di una squadra di curling, di una strada, di un panorama, innamoratevi di una spiaggia, di un viaggio, di una montagna.
Innamoratevi di un uomo o di una donna, innamoratevi del suo sguardo, delle sue mani, del suo culo o delle sue gambe, delle sue parole e delle sue idee, innamoratevi dei suoi silenzi, del suo bagno incasinato e della sua casa piena di libri, innamoratevi così, senza una ragione, senza un perché.
Innamoratevi e non state a chiedervi che succederà, fatelo e basta, fatelo e diteglielo, perché a stare zitti avrete tempo, a confessare i vostri sentimenti no, non ci pensate su, perché nel tempo di un sorriso sarà già troppo tardi.
Innamoratevi e fregatevene di quello che vi dirà il mondo intorno a voi.
Innamoratevi prendendogli le mani, innamoratevi prendendo per mano quest’amore e mostratelo con orgoglio, sempre.
Innamoratevi e fate sesso, sempre, spesso, tanto, amate con il corpo e con tutto il corpo, baciate, toccate, prendete e date, donate, scambiate, cogliete, sempre, ogni volta che potete, ma non fatelo mai senza amore.
Innamoratevi e farete innamorare, sorridete e farete sorridere, amate e la vita vi amerà, sempre, con coraggio e con incoscienza, buttatevi, perché anche l’aquila la prima volta che si affaccia sul vuoto si butta, poi comincia a volare.
Buon San Valentino ragazzi.
Buon San Valentino a tutti.
E ‘sti cazzi se è solo una festa commerciale.

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E mo’ basta!

Ve lo dico chiaramente, questa polemica coi rimborsi dei grillini è veramente fastidiosa, come è fastidiosa tutta l’aurea di santità con cui gli stessi hanno voluto infarcire tutte le questioni economiche legate all’elezione in parlamento e alla kasta.
Ora i Padri Costituenti, che quanto a buon senso e preveggenza ne avevano da vendere a grillini e piddini, avevano stabilito per legge che un deputato avrebbe guadagnato un cifra considerata all’epoca ragguardevole, unita ad unrimborso giornaliero per ogni presenza in aula.
L’avevano fatto perché, e ve lo dico fuori dai denti, fare la politica costa, costa tempo e costa sacrifici e loro lo sapevano. Un parlamentare deve lasciare il suo lavoro o la sua professione, quindi rinunciare ai suoi guadagni, quindi in qualche modo deve essere risarcito. Deve poi poter disporre di un importo che lo metta al riparo dai tentativi di corruzione da parte di corruttori in agguato. Questo nelle intenzioni dei Padri Costituenti. L’alternativa è far fare polita agli aristocratici e ai ricchi, affidare parlamento e governo ad una ristretta elite di ricconi, al di sopra dei problemi della quotidianità e della ricattabilità. Insomma candidiamo Berlusconi, Della Valle, Lapo Elkan e pochi altri.
Vi fa schifo la proposta? anche a me, ma mi fa ancora più schifo questa squillar di trombe e questo suonar le campane, l’onestà cari grillini è una linea retta che non ammette spostamenti o zone d’ombra. Veramente pensavate che un povero Cristo, senza arte ne parte, eletto in Parlamento che si ritrova a guadagnare in un mese 10 volte quanto potesse sognare in un anno. non si facesse venire in mente qualche “trucchetto” per addomesticare i numeri?
Ma veramente pensavate cari ex compagni del centro sx (forse) che a rincorrere i grillini sul terreno dell’antipolitica non finivate col prendere qualche calcio in bocca?
In un paese in cui i fenomeni di corruzione sono frequenti come le stelle in cielo.
L’emergenza morale è una questione primaria, non quanti soldi si sono fregati i grillini, ma chi se ne frega!
Soprattutto perché sono soldi loro, che avevano promesso di… quindi legalmente non c’è neanche un capo d’accusa.
Mi spiegate invece come sia possibile candidare al senato un rinviato a giudizio e non far candidare un ex sindacalista che si è sempre battuto al fianco dei lavoratori? Ma così, curiosità mia.

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“La Cupola” Francia.

Ero in Francia, ero con Valerio, eravamo in un posto che si chiama “La Cupola” una base tedesca della seconda guerra mondiale da dove i nazisti sparavano le V2 su Londra. La prima foto mostra il marchio cucito sui vestiti degli Ebrei e il frustino con cui i Kapò frustavano i deportati a lavorare in quei sotterranei. La seconda riporta i nomi dei deportati della zona di Calais e di cui non si è saputo più nulla.
Davanti a quella stella gialla Valerio mi ha chiesto perché delle persone dovevano portare una cosa così, gli ho parlato della Shoah, delle persecuzioni, dei campi di concentramento, della cattiveria e della bestia nera dentro di noi, pronta a cancellare secoli di progresso e cultura. Nella seconda foto quello che non si vede, sono le nostre lacrime, di fronte a quelle centinaia di nomi, di date, di vite rubate per sempre.
Oggi Valerio è un uomo ormai, e lui e Francesco sanno. Sanno perfettamente da che parte stare.
Grazie a me, per aver avuto la costanza e la caparbietà di insistere su certe cose.
Da quel viaggio nella storia sta nascendo un libro, il mio primo.
Scusate ma ogni tanto una pacca sulla spalla me la merito.
Foto mie, 10 Agosto 2010
Le Coupole
Rue André Clabaux, 62570 Wizernes, Francia

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Prostituta investita a Frosinone

Sono giorni confusi, drammatici, pieni di odio e di rabbia, giorni in cui scrivere di qualsiasi cosa diventa una scalata alla montagna di orrori e brutture che ci circondano quotidianamente.
Allora comincio da una notizia piccola piccola per i media, ma grande come una cattedrale per la mamma e il papà e tutte le persone che le volevano bene, di una ragazza che ieri sera è morta investita a Frosinone.
Di lei hanno solo scritto che era giovane, di colore scuro ed era una prostituta. Ora una disgrazia può sempre capitare e sembra che l’investitore si sia fermato a tentare di soccorrere la Signora investita, così come dovrebbe essere. Si non ho scritto male, ho scritto proprio Signora con la S maiuscola, perchè solo lei e le persone che l’hanno amata sanno del peso che nella sua vita portava, solo chi la conosceva come Donna sa che cosa poteva albergare nel suo animo, la sofferenza con cui tutte le mattine affrontava un altro giorno, buio come tutti gli altri, incerto e terribile come solo i giorni all’inferno di questa nostra società possono essere. Merita tutte le nostre lacrime e tutta lo nostra pietà, non sguaiati commenti anche da parte di donne, non pelosa pietà o parole di circostanza. Ne muoiono tante ogni anno, vittime di papponi, clienti, incidenti, non fanno notizia, al massimo meritano che poche righe in cronaca. Oggi nello scrivere del brutto di questi tempi, lascio il mio pensiero a lei, sconosciuta donna venuta chissà da dove a trovare la morte a Frosinone, coperta da un bianco lenzuolo sul ciglio di una strada qualsiasi di questo nostro crudele paese. Come ha scritto un’altra Signora nei commenti di una mia amica “Diamoci la mano”.
#Diamocilamano

https://www.ciociariaoggi.it/news/cronaca/60180/prostituta-investita-sullasse-attrezzato-muore-sul-colpo

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27 gennaio giorno della memoria

La bestia ha avuto una gestazione lenta e lucida, un accrescimento cauto e nascosto, un guaire sommesso e accorto, sospettoso, vigile a non farsi scoprire, a rinforzare le membra e le fauci senza destare sospetti.

Poi la bestia è uscita allo scoperto, ha cominciato a mordere furtiva, lesta, famelica, si è nutrita di membra giovani e vecchie indistintamente, si è fortificata nelle chiacchiere di strada, nei proclami dei politici, ha pasciuto tra le tovaglie bianche dei pranzi della domenica, tra i vestiti buoni dei bambini alla messa, tra le scalinate delle chiese e dei ritrovi, ha preso forza dalle teste che si voltavano altrove, vigore dagli indifferenti e s’è fatta livorosa senza un perché, sotto la spinta dei corrotti e dei benpensanti.

È cresciuta ed è montata la sua fame, la sua rabbia, si è fatta spietata e ha cominciato a correre, in città e nelle campagne, nelle distese erbose e tra i boschi, svelta, agile, con il ringhio potente, il ruggito sguaiato della belva affamata, come una frusta suonavano le sue zampe che colpivano, intimidiva, terrorizzava, immobilizzava e mordeva, mordeva, mordeva sempre più veloce e a fondo.

Poi la bestia divenne incontenibile, incontrollabile, era ovunque e ovunque lacerava carni, frantumava ossa, strappava denti ed unghie e scalpi e montava, montava, montava come un fiume sotto una pioggia torrenziale, come una slavina che scende vorticosa dalla montagna più alta la bestia montava e colpiva, colpiva e sterminava. Prima a migliaia, poi le migliaia divennero decine e poi centinaia e infine milioni.

La bestia tritava carni e sangue, dignità e pietà, tritava teste e braccia e gambe, tritava vecchi e giovani, madri e bambini, e tutti conobbero la bestia, a tutti la bestia graffiò l’anima per sempre.

Poi una mattina di gennaio la bestia fu mostrata al mondo in tutta la sua spietata perfezione, fu guardata a distanza la sua geometrica bellezza, la sua terribile forza. Quella mattina di gennaio del giorno 27, quattro soldati a cavallo dell’Armata Rossa giunsero ai cancelli di uno dei figli più terribili della bestia, giunsero ai cancelli del campo di Auschwitz.  Restarono a lungo a guardare da fuori il reticolato, rimasero a guardare quei corpi esanimi, buttati ovunque, le poche membra rigirate innaturalmente, rotte, lacerate, esigue, minime.

Stettero in silenzio a guardare gli occhi di quelle ombre che si muovevano lente, innaturali, al di là del reticolato che li guardavano senza espressione, senza emozione. Non chiedevano, non dicevano, non parlavano tra loro, guardavano quei soldati venuti dalla lontana campagna della Russia su quei cavalli grigi come la neve sporcata dalla cenere delle migliaia di corpi bruciati in fretta dalla bestia. Guardavano quegli angeli venuti inconsapevoli a svelare la bestia, a contenerla, a rinchiuderla nella gabbia della storia e dell’assurdità umana, tra le sbarre della follia e della crudeltà.

Ad Auschwitz la bestia uccise più di un 1.000.000, in tutta Europa furono 6.000.000 gli ebrei morti nei campi figli della bestia, più Rom e Sinti, omosessuali e disabili, prigionieri di guerra e oppositori al regime, una nazione cancellata dalla faccia dell’Europa per sempre.

E la bestia restò nella gabbia per anni, immobile, silenziosa, cheta, pronta a destarsi di nuovo, a colpire di nuovo. La bestia nera del male dentro di noi, si chiama anche indifferenza, si chiama dimenticanza, si chiama negazionismo, si chiama revisionismo.

Oggi nel giorno in cui i quattro soldati russi svelarono al mondo la bestia, ricordiamoci di quell’inferno, di quell’ infamia, di aver definito “razza” uomini e donne come noi, bambini e adolescenti come i nostri figli e di averne fatto un’altra cosa, un qualcuno meno di noi.

Ricordiamocene oggi che quelle ombre non si chiamano Terracina, Di Veroli o Spizzichino, ma hanno nomi di altri paesi, hanno volti di altre genti, ma tutte lo stesso sguardo che non chiede, non parla, non spera più.

 

 

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