La bestia ha avuto una gestazione lenta e lucida, un accrescimento cauto e nascosto, un guaire sommesso e accorto, sospettoso, vigile a non farsi scoprire, a rinforzare le membra e le fauci senza destare sospetti.
Poi la bestia è uscita allo scoperto, ha cominciato a mordere furtiva, lesta, famelica, si è nutrita di membra giovani e vecchie indistintamente, si è fortificata nelle chiacchiere di strada, nei proclami dei politici, ha pasciuto tra le tovaglie bianche dei pranzi della domenica, tra i vestiti buoni dei bambini alla messa, tra le scalinate delle chiese e dei ritrovi, ha preso forza dalle teste che si voltavano altrove, vigore dagli indifferenti e s’è fatta livorosa senza un perché, sotto la spinta dei corrotti e dei benpensanti.
È cresciuta ed è montata la sua fame, la sua rabbia, si è fatta spietata e ha cominciato a correre, in città e nelle campagne, nelle distese erbose e tra i boschi, svelta, agile, con il ringhio potente, il ruggito sguaiato della belva affamata, come una frusta suonavano le sue zampe che colpivano, intimidiva, terrorizzava, immobilizzava e mordeva, mordeva, mordeva sempre più veloce e a fondo.
Poi la bestia divenne incontenibile, incontrollabile, era ovunque e ovunque lacerava carni, frantumava ossa, strappava denti ed unghie e scalpi e montava, montava, montava come un fiume sotto una pioggia torrenziale, come una slavina che scende vorticosa dalla montagna più alta la bestia montava e colpiva, colpiva e sterminava. Prima a migliaia, poi le migliaia divennero decine e poi centinaia e infine milioni.
La bestia tritava carni e sangue, dignità e pietà, tritava teste e braccia e gambe, tritava vecchi e giovani, madri e bambini, e tutti conobbero la bestia, a tutti la bestia graffiò l’anima per sempre.
Poi una mattina di gennaio la bestia fu mostrata al mondo in tutta la sua spietata perfezione, fu guardata a distanza la sua geometrica bellezza, la sua terribile forza. Quella mattina di gennaio del giorno 27, quattro soldati a cavallo dell’Armata Rossa giunsero ai cancelli di uno dei figli più terribili della bestia, giunsero ai cancelli del campo di Auschwitz. Restarono a lungo a guardare da fuori il reticolato, rimasero a guardare quei corpi esanimi, buttati ovunque, le poche membra rigirate innaturalmente, rotte, lacerate, esigue, minime.
Stettero in silenzio a guardare gli occhi di quelle ombre che si muovevano lente, innaturali, al di là del reticolato che li guardavano senza espressione, senza emozione. Non chiedevano, non dicevano, non parlavano tra loro, guardavano quei soldati venuti dalla lontana campagna della Russia su quei cavalli grigi come la neve sporcata dalla cenere delle migliaia di corpi bruciati in fretta dalla bestia. Guardavano quegli angeli venuti inconsapevoli a svelare la bestia, a contenerla, a rinchiuderla nella gabbia della storia e dell’assurdità umana, tra le sbarre della follia e della crudeltà.
Ad Auschwitz la bestia uccise più di un 1.000.000, in tutta Europa furono 6.000.000 gli ebrei morti nei campi figli della bestia, più Rom e Sinti, omosessuali e disabili, prigionieri di guerra e oppositori al regime, una nazione cancellata dalla faccia dell’Europa per sempre.
E la bestia restò nella gabbia per anni, immobile, silenziosa, cheta, pronta a destarsi di nuovo, a colpire di nuovo. La bestia nera del male dentro di noi, si chiama anche indifferenza, si chiama dimenticanza, si chiama negazionismo, si chiama revisionismo.
Oggi nel giorno in cui i quattro soldati russi svelarono al mondo la bestia, ricordiamoci di quell’inferno, di quell’ infamia, di aver definito “razza” uomini e donne come noi, bambini e adolescenti come i nostri figli e di averne fatto un’altra cosa, un qualcuno meno di noi.
Ricordiamocene oggi che quelle ombre non si chiamano Terracina, Di Veroli o Spizzichino, ma hanno nomi di altri paesi, hanno volti di altre genti, ma tutte lo stesso sguardo che non chiede, non parla, non spera più.