La storia di Marta…

Stanotte non riuscivo a dormire, prima la fame, poi il freddo, così navigando senza meta sono incappato nella storia di Marta di Giacomo, ho letto la sua lettera e mi sono arrabbiato.
Ma poi ho pensato perché, ho pensato quando è successo, quando è successo che nella mia vita ho imparato ad essere un predatore, quando da bambino sono diventato lupo?
E soprattutto perché me lo avete insegnato?
Perché mi avete insegnato che una donna va presa come una lepre stanata da una volpe, come un’antilope inseguita dal ghepardo. Perché devo incalzare, pungolare, torturare fino allo sfinimento una donna per averla, perché devo possedere una donna per amarla?
Ma peggio, perché mi avete insegnato che amare è possedere, perché l’amore deve passare per il controllo totale dell’altro?
Perché la storia di Marta è tutto tranne che amore, è un trattato di psichiatria a cielo aperto, c’è un pazzo, no, non è giusto definirlo pazzo, gli darei l’alibi della malattia e invece non se lo merita, merita l’appellativo peggiore che possiamo pensare per lui, ecco allora c’è questo individuo, pericolosissimo, che la vede per strada, la trova carina, lui pensa di innamorarsene e comincia a spiarla, la segue, la bracca, la chiama, la blocca e la bacia, lei resiste e lui le lascia segni sul corpo, sui polsi, sul collo, lei tenta una prima denuncia, i carabinieri la deridono, poi col referto del pronto soccorso la prendono sul serio. Ma serve? No non serve, lui è sempre lì e se non c’è fisicamente, c’è nella sua testa, perché ormai la violenza oltre che sul corpo le è arrivata nella testa. Marta ha paura, vive nell’angoscia, si circonda di amici, cerca di non restare sola, ma non è più vita questa.
Marta è una e oggi è lei la mia bandiera, ma quante Marta ci sono in questo paese? Quante Marta ci sono che hanno visto sul loro corpo la sopraffazione del maschio, la violenza del lupo? Quante Marta non ci sono più per non essersi piegate a questi predatori? E quante pur avendo subito la violenza oggi non ci sono più per raccontarla?
Io non ho risposte da dare a Marta, oltre ad esprimerle tutta la mia solidarietà e ha condividere la sua storia come abbiamo già fatto in migliaia, posso continuare a gridare che non c’è un limite tra amare e possedere, non c’è limite tra passione e violenza, non c’è un limite perché sono antitetiche di una visione del rapporto tra noi maschi e voi donne, per questo scrivo per far conoscere questi fatti, per questo penso che la legge sullo stalking sia inappropriata, perché serve una legge che definisca violenza ogni atto che intimidisca, che provochi disagio anche solo psicologico nella vittima, serve che qualunque donna baciata contro la sua volontà sia chiamata col suo nome, vittima. Serve perché i polsi, il collo, i graffi sul corpo di Marta guariranno, ma la violenza dalla sua testa resterà ancora a lungo, forse per sempre.
Ma soprattutto serve una presa di coscienza per i padri e le madri di tali figli che affrontando la realtà riconoscano di aver fallito nel loro compito primario di educatori e affidino se stessi e i frutti di questo loro fallimento a strutture in grado di aiutarli. Perché non c’è condanna che basti a placare questi predatori, se non essere affidati a strutture che in maniera seria e costante li rieduchino a relazionarsi in maniera corretta con il resto del mondo.
Ma serve un cambiamento culturale in tutti noi, un’epurazione radicale dalla nostra società di tutti quei pensieri, quelle abitudini, quelle parole marce che trasformano i bambini in lupi, gli uomini in predatori, le donne in vittime.

Lo so in pochi giorni torno a parlare dei rapporti tra uomini e donne, ma vorrei ricordarvi che nei primi mesi di quest’anno sono morte 44 donne, il 30% in più dell’anno scorso e stanotte la storia di Marta è una, ma di loro e delle loro storie è piena la nostra vita quotidiana

(La foto l’ho presa dal post di Marta di Giacomo)

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