Quel giorno Dio prese quel pennello che non usava mai, quello meno usurato, quello che lasciava sempre da parte per quelli più consueti, più familiari, più facili da tenere tra le dita.
Lo intinse nel blu del cielo, nell’azzurro del mare, nel rosso della lava dei vulcani e cominciò a tratteggiarla, a dipingere gli sguardi e le smorfie, a dar sagoma al suo corpo, all’ovale del suo viso, alle sue mani e ai suoi piedi.
Poi intinse ancora nel calore del fuoco, nell’umido della terra bagnata, nel profondo della notte stellata e continuò a disegnare, a riempire, a tratteggiare.
Colorò e ripassò, sfumò e segnò col tratto deciso, duro, pieno, intinse nel profumo del muschio selvatico e poi nel mosto che ribolliva.
Intinse nel profumo dell’erba tagliata e dell’acqua di fonte che scorga e continuò riempiendo i vuoti, colorando i seni e le curve, gli zigomi e la mascella, le ginocchia e i talloni, gli incavi delle ascelle e i pieni dei suoi polpacci.
Senza sosta si dedicò per giorni a quest’opera, finché alla fine intinse il pennello un’ultima volta nella follia di un dio che voleva creare la perfezione e con questa lucidò tutto, ripassò per rendere splendente l’opera e con un ultimo soffio le diede vita, a sua immagine e somiglianza.
Infine, soddisfatto la mandò qui tra noi, ad inseguire questa meraviglia di Dio, da amare ogni giorno, come si ama il respiro della vita.
P.S. la pittrice è donna perché chi lo dice che Dio è maschio?
Scritta da me perché non credo che la donna sia stata creata dalla costola di Adamo. Foto dalla rete.
