Mario il pasticciere Ep. 3

Mario il pasticciere ep.3
Se ne stava lì in piedi Mario, davanti a quella tela bianca interrotta solo da qualche pennellata bianca anch’essa centellinata con cura per far risaltare il bianco sul bianco, un grande vuoto bianco che sembrava solo vuoto e bianco, appunto.
Stava in piedi con le mani in mano dietro la schiena e fissava il quadro, ne seguiva i contorni, ne percorreva la trama e l’ordito là dove i colpi di colore bianco non c’erano, cercava di delimitare i contorni di quelle pennellate per capire dove cominciassero e dove finissero, l’inclinazione data, la foga con cui l’artista li aveva stesi. Ma era tutto bianco, un bianco pulito, immacolato, liscio per lo più, se non dove le gocce di bianco che c’erano creavano delle piccole ombre che spezzavano l’illusione bianca sul bianco totale.
Se ne stava lì, un po’ ripiegato sui suoi pensieri quando senti un frusciare alle sue spalle e prima che il suono della sua voce gliela facesse riconoscere, fu il sobbalzo del suo cuore appena percepì il suo inconfondibile profumo, a dirgli che lei era lì.
“Anche tu qui Mario? Non pensavo ti appassionasse la pittura contemporanea”
“Buonasera Paola, no infatti sono qui per il buffet dei dolci, l’abbiamo preparato noi, no cioè volevo dire che sono qui per lavoro ma anche per l’arte, no eco intendo dire che”
Non potè finire la frase, lei scoppio in una risata sommessa allargando le labbra in un sorriso stellato, con le piccole fossette che le si crearono sulle guance e tirando un po’ indietro la testa socchiuse gli occhi nel ridere.
“Ho capito, ho capito” disse con tono basso, lui arrossì, era talmente disarmato davanti a lei che non riusciva a mettere in fila le migliaia di parole che gli si accalcavano per poter dare voce alla sua emozione. E stette in silenzio, sorridendo con un solo angolo della bocca e potendo solo pensare a quanto fosse bella mentre il cuore gli cadeva in terra senza un solo rumore.
Di una bellezza piena di eleganza, con quei capelli chiari che muoveva lenti, gli occhi scuri e le labbra che formavano un cuore rosso, poi pieno di pudore per il sentimento che nutriva, abbassò lo sguardo e girandosi tornò a guardare il quadro.
“A cosa ti fa pensare, ad una distesa di panna o di neve?”
“Alla solitudine veramente, a tutta questa luce che c’è dentro in totale solitudine, alla bellezza di essere solo in mezzo ad un mezzo tutto mimetico e uniforme, tutto uguale eppure solo, un singolo puntino bianco in mezzo a miliardi di punti bianchi o non bianchi, verniciati o solo non dipinti.
“Beh Mario per essere un grande pasticciere sei anche un attento osservatore dell’arte, complimenti”
Tirò su il cuore dal pavimento, lo rimise a posto, mandò due o tre scariche di adrenalina per farlo ripartire e senti di nuovo l’aria nei polmoni, “beh Paola vado a vedere se hanno bisogno di me all’organizzazione”
“Va bene Mario, vai pure, magari potremmo darci un appuntamento invece di continuare ad incontrarci per caso, che ne dici”
Fu Hiroshima nel suo cuore, fu l’uragano Katrina che spazzò in un attimo l’emozione di averla incontrata e rivoltò tutto, dal tallone di Achille all’ultima vertebra cervicale gli sembro di essere tutto scomposto, il dito di Dio che scrisse le tavole di Mose puntava ora dritto dritto alla sua pancia premendo come se incidesse la terza tavola direttamente su di lui.
Così a quella richiesta sfoderò il suo sorriso più maramaldo e con gli occhi stretti da gatto che lasciavano intravedere un blu più blu di quello di Modugno disse sicuro e fermo soltanto “Magari si, passa domattina in laboratorio e ci accordiamo”, poi spavaldo come il capitano Sparrow, sicuro come il capitano J.T. Kirk girò su se stesso e si dileguò alla vista di lei.
Gli sembrò che al posto della musica diffusa fino a quel momento, improvvisamente dagli altoparlanti uscisse la melodia e qualcuno cantasse “Penso che un sogno così non ritorni mai più, mi dipingevo le mani e la faccia di blu, poi d’improvviso venivo dal vento rapito, e incominciavo a volare nel cielo infinito”

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