La donna nella foto a sinistra si chiamava Iris Versari, era una partigiana, era la compagna di Silvio Corbari comandante di una brigata partigiana, furono catturati da nazifascisti all’alba del 18 agosto del ’44. Iris dopo aver ucciso un milite fascista che aveva fatto irruzione nell’abitazione dove si erano rifugiati, già ferita ad una gamba, si uccise per favorire la fuga dei suoi compagni e non cadere viva nelle mani dei fascisti.
I loro cadaveri furono dapprima impiccati sotto i portici di Porto Recanati, poi ai lampioni di Piazza Aurelio Saffi a Forlì come esempio per tutti.
Ecco in questi giorni dove infuriano le polemiche sulla battuta di Gene Gnocchi, nel cui merito non voglio entrare, bisognerebbe però ricordarsi di Iris e di tante donne che hanno scelto, si sono impegnate, hanno amato quelli che combattevano il regime fascista. Perché prima di sproloquiare di rispetto per la Petacci e per il suo insano amore, bisognerebbe sempre distinguere tra chi stava dalla parte giusta e chi no, tra chi si batteva per la libertà di tutti e chi no, tra chi sopprimeva libertà fondamentali e chi si batteva per esse.
La Petacci se la volete rispettare fino in fondo la dovete condannare senza se e senza ma, perché sono solo due le possibilità di giudizio:
o lei era una donna intelligente, scaltra e appassionata che ha scelto di condividere l’amore e gli ideali fino all’ultimo minuto di un uomo che ha distrutto una nazione, mandato a morire in una guerra inutile migliaia di concittadini, spedito oppositori, omosessuali, invalidi, zingari nei 200 e oltre campi di concentramento aperti in tutta Italia e in conseguenza di questa sua scelta ha pagato con la vita.
Oppure era una povera donna sprovveduta e con poco cervello che amava questo uomo potente e affascinante ignara delle porcherie che faceva, una cretina insomma.
In tutti e due i casi il giudizio su lei non è positivo, ogni beatificazione postuma in ragione dell’amore è del tutto fuori luogo e strumentale.
Vorrei poi ricordare alle mie amiche, che con tanto calore si sono gettate in questa discussione che la Petacci non era la moglie del duce, ma, con un termine antico e di francese memoria, la sua preferita, era insomma l’amante del porco fascista. Lungi da me il voler dare un giudizio morale sulla questione ma di lei ci ricordiamo proprio perché scelse di morire con lui, legando indissolubilmente nel tempo e nella storia i loro nomi.
Donna Rachele, la moglie del duce, alla fine della guerra fu invece condannata al confino, pensate un po’, ad Ischia, dove rimase fino al ’57 per trasferirsi a Forlì, nella casa di famiglia.